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La settima musa

31/08/2018 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

La settima musa

Il nuovo horror di Jaume Balagueró

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Samuel Salomon, professore di letteratura all'università, ha una relazione con una sua studentessa da oltre un anno. Cerca di mantenere segreta la storia per non compromettere la propria carriera ma un giorno la ragazza si toglie tragicamente la vita e l'uomo, incapace di elaborare il lutto, finisce nel vortice di alcool e antidepressivi. In quel periodo Samuel comincia a soffrire di inquietanti incubi nei quali una donna viene brutalmente uccisa durante uno strano rituale e scopre come il delitto sia avvenuto realmente, decidendo di recarsi sul posto per indagare in prima persona. Proprio sul luogo dell'omicidio il docente si imbatte in Rachel, una giovane donna che condivide con lui gli stessi sogni e i due trovano all'interno di una porta nascosta della casa un antico oggetto magico. Da quel momento in poi le loro esistenze saranno collegate a delle figure femminili millenarie conosciute come le Muse, ispiratrici di grandi poeti e scrittori delle epoche passate, entità crudeli e spietate che faranno di tutto pur di rientrare in possesso della mistica reliquia.


Produzione spagnola ma girato in lingua inglese, l'ultimo film del regista iberico Jaume Balagueró è l'adattamento del romanzo The Lady Number Thirteen di José Carlos Somoza, del quale (come è evidente già dal titolo) è stato ridotto il numero delle "villain" femminili di ben sei unità. Scelta di sceneggiatura sicuramente utile a snellire la già complessa narrazione che, sin dalle fasi iniziali, tenta un approccio colto nei continui riferimenti a opere immortali di autori come Dante Alighieri e John Milton, i quali secondo il background esposto sarebbero stati agevolati nelle loro opere dall'intervento sovrannaturale di queste misteriose figure femminili, le cui origini rimangono a ogni modo qui troppo abbozzate per risultare efficaci ai fini del racconto. La settima musa finisce per perdersi proprio nei non detti e gli eventi, che si susseguono senza sosta nei cento minuti di visione, perdono progressivamente di credibilità anche contestualizzati al relativo genere di appartenenza, quell'horror di stampo mystery che ogni tanto torna a fare capolino nelle sale.


Ci troviamo così dinanzi a un'operazione che per nascondere le fallacità dello script punta tutto sulla gestione dell'atmosfera. E almeno in questo caso trova una notevole chiave di lettura visiva nell'ispirata messa in scena di Balagueró, che opta ancora una volta su un'ottima tensione tra luci e ombre, così come aveva già dimostrato nei suoi lavori esterni alla saga di Rec². Proprio come in Darkness (2002) e Fragile: A Ghost Story (2005) il cineasta plasma le inquadrature e i virtuosismi stilistici sulle percentuali di luminosità e crea situazioni sempre inquietanti dove il pericolo potrebbe nascondersi dietro ogni angolo, da ombre che attraversano porte-vetro fino ad una violenza più suggerita che mostrata.


La settima musa convince proprio in questo suo mancato eccedere in soluzioni gratuite di sorta: se un paio di sequenze risultano infatti discretamente disturbanti, l'impianto orrorifico si sviluppa per gradi ed evita stereotipati jump-scare in favore di un crescendo tensivo di buona fattura, solo parzialmente smorzato da un epilogo/resa dei conti privato del necessario climax drammatico. E allo stesso modo le due figure principali, pur contando sulle volenterose performance di Elliot Cowen e di una rediviva Franka Potente, risultano troppo abbozzate per suscitare il corretto legame empatico con lo spettatore. Tanto che il personaggio più riuscito rimane quello interpretato da Christopher Lloyd, in un ruolo per lui particolarmente inedito.



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