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Il castello di vetro

16/11/2018 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Il castello di vetro

Da una storia vera, il ritratto di una famiglia fuori dal comune

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Jeannette Walls è prossima al matrimonio con il fidanzato David, rampollo di una ricca famiglia newyorchese. La ragazza, diventata un'apprezzata giornalista, è costretta a mentire riguardo alla propria famiglia con i futuri suoceri, vergognandosi del carattere fuori dagli schemi dei genitori, che ora tirano avanti in condizioni di miseria nella periferia della Grande Mela. Jeannette ha vissuto fin dall'infanzia un'esistenza anticonvenzionale, insieme alle due sorelle e al fratello, per via dei bizzarri comportamenti del padre Rex e della madre Rose Mary: entrambi eccentrici artisti/sognator, hanno costretto la propria prole a trascorrere anni nel nomadismo, negando loro una normale istruzione e spostandosi di città in città dormendo in vecchie catapecchie. Il tutto in condizioni di estrema povertà, per non rimanere "schiavizzati" dalle regole del sistema sociale. Jeannette, indecisa se comunicar loro la notizia delle nozze, inizia così a ripercorrere il suo passato, tra le pagine felici e quelle più tristi e drammatiche che l'hanno condotta al quasi definitivo distacco.


Si sente spesso dire di un'opera cinematografica che è "un film di attori": con questa accezione, forse abusata e non sempre esaustiva, si sottolineano i meriti del cast rispetto a quelli della messa in scena. Una definizione certamente semplicistica che, però, si adatta alla perfezione a Il castello di vetro, adattamento del libro autobiografico della vera Jeannette Walls pubblicato nel 2005, vero e proprio bestseller Oltreoceano. Il regista Destin Daniel Cretton, già autore degli inediti I am not a hipster (2012) e Short Term 12 (2013), si limita ad accompagnare con una messa in scena semplice e lineare, impostata su un alternarsi tra presente filmico e flashback ambientati nell'infanzia della protagonista, le sontuose performance di Brie Larson, Woody Harrelson e Naomi Watts, il trio di personaggi centrali sul quale si concentra la maggior parte del minutaggio. Si respira un'atmosfera quieta e dolorosa nelle due ore di visione, passando da momenti più filosofici e introspettivi ad altri cupi e apparentemente senza speranza: il racconto di un rapporto di amore e odio di una figlia nei confronti delle instabili figure genitoriali, incapaci di prendersi cura e garantire i minimi bisogni ai propri ragazzi, ma allo stesso tempo protagonisti di una visione anti-sistema parzialmente condivisibile.


Ritornano echi di un recente cult similare quale Captain Fantastic (2016), qui virate in un'ottica narrativa parzialmente più convenzionale. E non mancano sequenze dall'alto impatto emotivo nel racconto del rapporto tra il padre e la piccola Jeannette, sua vera pupilla: dal tentativo forzato di insegnarle a nuotare in tenerà età, all'utilizzarla come esca sessuale per vincere facilmente a una partita di biliardo quando adolescente. Rex non si fa scrupoli nel crescere i figli, ma allo stesso tempo condivide con loro sogni e speranze. Su tutti quello di costruire finalmente un giorno un luogo utopico, più mitico che reale, soprannominato Il castello di vetro. E mentre ci si avvia a un finale parzialmente consolatorio e catartico, il pensiero dello spettatore va ai reali protagonisti della vicenda , che sui titoli di coda compaiono in prima persona attraverso interviste recenti o filmati di repertorio, a restituire un po' di normalità. Per un ritratto filmico avvolgente nella sua contagiosa semplicità, trascinato dalle magistrali performance degli interpreti, capace di catapultarci in un'America on the road (più nei non detti/ non visti che nella reale esposizione) accompagnata come di consueto da una colonna sonora country folk a tema.


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