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Un affare di famiglia

17/10/2018 10:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Un affare di famiglia

Hirokazu Kore’eda, talentuoso regista nipponico, torna a raccontare i legami familiari

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Hirokazu Kore’eda, talentuoso regista nipponico, sbalordisce ancora con Un affare di famiglia, meritato vincitore della Palma d’Oro alla 71a edizione del Festival di Cannes. Come ormai da tempo ci ha abituati, Kore’eda analizza in maniera lucida i rapporti interpersonali all’interno del nucleo familiare. Che si tratti di padre e figlio, come in Father and Son, o di sorelle come in Little Sister; o, ancora, di genitori separati come in Ritratto di famiglia con tempesta. Il percorso del regista di Tokyo è coerente: partendo dalle dinamiche che vengono a crearsi in un nucleo ristretto e circoscritto come quello della famiglia, finisce per ragionare sui grandi temi dell’esistenza umana.


Così, anche in Un affare di famiglia il cardine del film è una famiglia sui generis. La vicenda si svolge a Tokyo, dove vediamo un uomo e un ragazzino compiere furtarelli in un supermercato. Apparentemente sembrano padre e figlio. Dopo aver rubato un po’ di merce dal negozio, i due tornano a casa, una misera dimora soffocata dagli incombenti grattacieli di Tokyo. Ad attenderli ci sono una donna, una nonna e una ragazza (che, scopriremo in seguito, lavora in un peep-show come spogliarellista). A questo gruppo familiare, ben presto si aggiunge la piccola Yuri: abbandonata dai genitori, viene soccorsa dai due protagonisti. Con il proseguire del film veniamo ad apprendere gli effettivi legami fra i vari componenti di questa "famiglia" e ne scopriamo tutte le dinamiche.


Seppur atipica, come in questo caso, la famiglia torna a essere per Hirokazu Kore’eda baluardo nei confronti della società. Un fortino in cui rifugiarsi quando le cose non vanno come dovrebbero. Ci dice Kore’eda che non sono i legami naturali quelli che contano, non esistono fattori di sfruttamento o di opportunismo: accoglienza e solidarietà sono le parole chiave che caratterizzano il comportamento di tutti i componenti familiari. E molte scene sono lì a dimostracelo. Come quando, di fronte alla morte, viene sussurrato un “grazie” che racchiude in sé tutta la riconoscenza per una vita passata ai margini ma che, comunque, ha avuto senso vivere.


È sorprendente ciò che Kore’eda riesce a trarre da una vicenda che, se vogliamo, è piuttosto minimalista. Una critica severa nei confronti di una società che non è più in grado di capire quali siano i rapporti che veramente contano. Una storia racchiusa in ambienti chiusi che possono essere quelli reali della casa o metaforici come il nucleo familiare. Una sola vera scena di ampio respiro si svela nel momento in cui tutta la famiglia compie una gita al mare. Anche – e soprattutto - in quel caso, la forza delle immagini riesce a comunicarci la grande felicità per un momento indimenticabile - e per questo prezioso - concepito dalla sceneggiatura dello stesso Kore’eda poco prima del finale amaro, dove la società, con assistenti sociali, giudici e poliziotti farà rifluire tutto quanto verso l’ordine costituito. Un finale, che ovviamente non sveliamo, che strazia il cuore, anticipando i titoli di coda di un grande film, giustamente premiato con uno dei premi cinematografici più prestigiosi e, quel che più conta, con il giudizio estremamente lusinghiero del suo pubblico.


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