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Se son rose

27/11/2018 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

Se son rose

I tormenti dell'età adulta nel nuovo film di Leonardo Pieraccioni

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Leonardo Pieraccioni, saltuariamente, torna al cinema per raccontarci la sua evoluzione: il regista toscano, da sempre interprete dei suoi film, propone storie attinenti alla propria parabola anagrafica. Lo scorrere del tempo non è un dettaglio che Pieraccioni trascura, quindi – quando riprende a dirigere – porta sullo schermo vicende peculiari al momento che sta vivendo. E mette sempre qualcosa di sé in ogni lavoro.


Stavolta, attraverso Leonardo Giustini (nome ispirato all’amico e collega Niki Giustini, recentemente scomparso), giornalista di tecnologia e innovazione per il Web, incarna la figura di un padre di mezza età abitudinario che si lascia ammaliare soltanto da sua figlia Yolanda: l’unica per la quale nutre un affetto considerevole. La sua vita sentimentale, dopo vari fallimenti e qualche amore fugace, è pressoché azzerata. Allora ci pensa la ragazza a smuovere gli equilibri: tramite il telefonino del padre, ricontatta tutte le sue ex proponendo loro di tornare assieme. Quattro donne rispondono. A questo punto, Leonardo dovrà rincontrarle e fare i conti col suo passato che, per forza di cose, inciderà sul futuro di padre e uomo.


Se son rose è una commedia che ruota attorno al concetto di famiglia, ponendo particolare attenzione al rapporto padre-figlia: fra il serio e il faceto, si affrontano tutte quelle particolarità che coinvolgono gli uomini ogni volta che hanno a che fare con le donne. Siano esse figlie, compagne o amanti. Proprio per questo, Leonardo Pieraccioni rispolvera la sua natura di eterno guascone stralunato per mettersi al servizio delle nuove generazioni. Nel film c’è tutto: lo smarrimento dei padri, che non sanno a che santo votarsi per soddisfare le esigenze di una figlia che sta diventando donna, le necessità degli uomini separati desiderosi di rifarsi una vita malgrado il timore di aver superato il limite massimo per rimettersi in gioco.


Insomma, Pieraccioni intende coinvolgere lo spettatore portandolo su un orizzonte comune, descrivendo problematiche, gioie e dolori che chiunque potrebbe trovarsi a vivere. È finito l’eclettismo dei primi anni: la spregiudicatezza de I laureati, l’euforia de Il ciclone. Ora è tempo di pragmatismo, di dare voce a personaggi divertenti – per quanto possibile – che, però, rimandino a suggestioni concrete. Quindi, Se son rose può definirsi una proiezione scenica del vissuto di Leonardo: forse la sua opera più autobiografica. Come lui stesso ha ammesso.


Persiste la natura di eterno battutista che l’ha sempre contraddistinto, da buon toscano cavalca dialetticamente e concettualmente certi assiomi e li sviluppa sul piano sociale. Quindi, non è tutto vero, c’è parecchio artificio. Specialmente nell’esasperazione di alcune controversie, anche se – gli va riconosciuto – non ha mai tentato di scimmiottare le commedie sentimentali più scontate. Persino quando si parla di tradimento, viene conservata una delicatezza più congeniale all’età adulta rispetto alla frenesia giovanile. Questo è un Pieraccioni più maturo, che vuole far sorridere con altri espedienti: si è passati dal godereccio a una commedia su più livelli, un lavoro che aveva cominciato da qualche anno. Avevamo avuto le prime avvisaglie con Finalmente la felicità e Un fantastico via vai, ora con Se son rose ne abbiamo la conferma: il cinema di Pieraccioni è leggero, ma non frivolo. Può strappare un sorriso, senza, però, imperversare nella banalità. Si alternano momenti di alto e basso con accuratezza, ogni battuta è accompagnata in un contesto più ampio che consente di emozionarsi e, quando serve, lasciare spazio alla sguaiatezza.



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