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La prima pietra

04/12/2018 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

La prima pietra

Ravello, con un sorriso, smonta luoghi comuni e pregiudizi

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Durante una giornata scolastica, nel corso della ricreazione, uno studente scaglia una pietra contro la finestra dell’istituto comprensivo. Alla rottura del vetro, si aggiunge un increscioso incidente: il custode Marcello subisce un forte trauma alla testa, in seguito alla sassata ricevuta. Una sfortunata casualità, che normalmente si risolverebbe con una semplice ammissione di colpa, rischia di trasformarsi in un conflitto diplomatico: l’autore dell’incauto gesto è il piccolo Samir Hatab, giovane musulmano, che dovrà rispondere anche di colpe che non ha. Come, ad esempio, avere dei genitori che, per via di determinate scelte quotidiane e culturali, non vengono ben visti dal bidello e sua moglie. Entrambi pervasi da un comportamento qualunquista e bigotto. Dunque, un banalissimo danno farà affiorare cattiveria e pregiudizi che perdurano da secoli e poco hanno a che fare con la condotta studentesca.


Rolando Ravello è al suo terzo film da regista e, come dimostra il suo repertorio cinematografico, ogni opera sottintende temi e aspetti molto profondi. Stavolta, con La prima pietra, si affrontano - simpaticamente e con un pizzico d’arguzia - i pregiudizi e i luoghi comuni legati alle diverse religioni ed etnie. Viene sollevato, con leggerezza e ironia, il problema dell’odio razziale che – il più delle volte – non è soltanto una questione di pelle. Deriva dalla diversità di scelte, di comportamenti, che caratterizzano ciascuna persona. Allora, Ravello prende una comunissima casualità e la stravolge, esasperandola, per vedere fino a che punto la psiche umana – e l’ignoranza – può arrivare. Dunque, questo film mette sul piatto dogmi cristiani, ebraici e islamici, mischiandoli con sapienza dentro un unico calderone, che si concretizza attraverso una convivenza e convivialità forzata, per dar vita a siparietti e situazioni divertenti al limite del politicamente corretto. In un tale contesto, s’inserisce la figura di Corrado Guzzanti: il suo ritorno al cinema è dovuto a un ruolo, quello del preside - apparentemente avanguardista e bacchettone nella sostanza -, che sembra essergli stato cucito addosso. Il dirigente scolastico Ottaviani è un uomo che si barcamena nella cristianità, tenendo a bada la propria esuberanza e passione per l’arte teatrale e poetica: un misto fra Padre Pizzarro e Roberto Robertetti in versione formale. Maschera ideale in grado di esaltare le capacità dell’attore romano, dando vero lustro a una ricca sceneggiatura.


Ogni personalità presente in scena dà vita ad una sequela di luoghi comuni e paradigmi epistemologici ben articolati, che evidenziano le pecche del fondamentalismo religioso quando subentra al buon senso. L’odio, spesso, è ingiustificato e fomenta le incomprensioni. Normalmente, sarebbe terreno fertile per creare conflitto, ne La prima pietra è lo spunto per ridere dei nostri difetti smontando le più profonde convinzioni sociali e culturali. Toccante e sagace la scena del coro di bambini che canta dinnanzi a una folla di genitori intenti a darsele di santa ragione per via di un’affermazione riportata nel modo sbagliato. Ravello ripropone sullo schermo quel cinismo, che si contrappone all’eccessiva indolenza, figlio del nostro tempo e allestisce un nuovo modo di fare commedia, che utilizza espedienti retorici e dialettici inconsueti, per condurre il pubblico in un vortice di risate da cui potrebbe scaturire un bell’esame di coscienza collettivo.


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