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Coldplay: A Head Full of Dreams

16/11/2018 12:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Coldplay: A Head Full of Dreams

20 Anni di successi dei Coldplay

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Chris Martin, Guy Berryman, Will Champion, Jonny Buckland: un tempo noti anche come Starfish sono oggi star mondiali con il nome di Coldplay. Mat Whitecross, storico amico dei componenti della band, celebra il ventennale del gruppo e il successo del tour di A Head Full of Dreams con un documentario che ha il sapore del filmato di famiglia. Il regista documenta la carriera della band partendo dalle origini, fermamente convinto di quanto lo stesso Chris Martin spavaldamente sosteneva a 17 anni: lui, Guy, Will e Johnny sarebbero diventati famosi come e più dei Bon Jovi nel giro di qualche anno.


La storia dei Coldplay si dipana lungo un ventennio, nel corso del quale i 4 ragazzi hanno composto 7 album di enorme successo e calcato i palchi di mezzo mondo con altrettanti tour fra il 2000 e il 2017. Whitecross ripercorre questa storia alternando in modo abbastanza scontato le classiche riprese delle esibizioni dal vivo con una serie di filmati di backstage e “oltre il backstage”, raggiungendo un grado di intimità con la band che manderà probabilmente in visibilio i fan, senza far gridare al miracolo nessuno in termini tecnici.


Il documentario focalizza la propria attenzione sui quattro musicisti e sul loro manager Phil Harvey, allargando il campo solo raramente ad altre presenze importanti nella vita dei Coldplay, come in occasione della collaborazione con Brian Eno, ma sorvolando volutamente sulla vita privata dei componenti, tanto da sembrare che non esista una loro dimensione al di fuori della band. Questa regola è applicata anche nel caso di Gwyneth Paltrow, che in Coldplay: A Head Full of Dreams è fugace comparsa o aleggia come presenza fuori campo quando si parla della separazione fra lei e Chris Martin come periodo più cupo, eppur musicalmente stimolante, della vita del cantante.


È proprio in questo tipo di scelte che appare più evidente l’altra faccia della medaglia di un documentario realizzato dalla prospettiva privilegiata di Mat Whitecross: se infatti la possibilità di essere presente in ogni momento degli ultimi 20 anni della carriera dei Coldplay ci regala una grande quantità di riprese molto personali, dall’altra il rapporto che lo lega alla band indirizza il film sui sentieri di una celebrazione che smussa gli spigoli, costruendo un ritratto in cui non trovano spazio contrasti o brutture di alcun genere. Eppure, alcuni passaggi sollevano domande che non trovano risposte, come l’anno sabbatico che Phil Harvey si prese nel 2001 a causa dello stress. La celebrazione della band resta ad ogni modo giustificata se si pensa alla serie impressionante di successi che i Coldplay hanno ottenuto, dapprima sui piccoli palchi dei locali di Camdem, per poi giungere alle folle oceaniche dei concerti negli stadi di Rio o Città del Messico: se anche i soli spettatori del film fossero i fan della band, il documentario potrebbe già considerarsi un successo di pubblico all’altezza dei suoi protagonisti.


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