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Il ragazzo di campagna

16/11/2018 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Il ragazzo di campagna

Nonostante gli anni trascorsi, Il ragazzo di campagna non ha perso il suo sgangherato fascino

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Ci sono film che non rivoluzionano la storia del cinema, che non sbancano al box-office mondiale, che non fanno incetta di premi e che, nonostante ciò, riescono comunque a ritagliarsi un grosso spazio nel cuore del pubblico e diventare cult tramandati di padre in figlio, di generazione in generazione. Film le cui battute, espressioni, modi di dire entrano a far parte del linguaggio di tutti i giorni, tra le maglie della cultura di massa. Sono tantissimi i film di questo tipo: pellicole popolari che, nonostante gli anni trascorsi non hanno perso una sola oncia del proprio sgangherato fascino. Un film in particolare resta, ancora oggi, un’autentica pietra miliare di un certo tipo di cinema italiano: Il ragazzo di campagna è un titolo che, solo leggendolo, avrà fatto sorridere più di una persona. Dopo Mia moglie è una strega, Renato Pozzetto torna a collaborare con i registi Castellano & Pipolo (al secolo Franco Castellano e Giuseppe Moccia) dando vita a uno dei suoi personaggi più memorabili: il contadino Artemio.


Dopo aver trascorso la sua intera vita nel paesino di Borgo Tre Case, al compiere dei suoi 40 anni Artemio capisce di non aver mai vissuto veramente, perciò decide di partire alla volta di Milano. La sua ingenuità da contadino però si scontrerà ben presto con la grande città.


Al di là della comicità surreale e sempre trascinante di Pozzetto, il film era e resta una pellicola comica senza alcuna pretesa autoriale: ma è curioso notare come, a quasi 35 anni dalla sua uscita nelle sale, sia riuscita a catturare l’essenza di una società (quella dell’Italia degli anni ’80 in pieno boom consumistico) fortemente spaccata in due. Da un lato la placida vita di campagna, scandita dal canto del gallo, dal rintocco del campanile del paese e dal calare del sole, estremizzata nella mancanza di elettricità e acqua calda, dove l’unico svago è assistere al passaggio del treno il venerdì. Dall’altro c’è la città che «l'è una brüta bestia»: frenetica, feroce, piena d’insidie. Un mostro tentacolare dove il costo della vita è assurdo, le strutture pubbliche sono poco efficienti e le persone sono prive di umanità. Se andiamo a scavare, Il ragazzo di campagna altro non è che una rappresentazione moderna di Davide contro Golia (Artemio contro Milano) dove l’uomo però non vince. Dopo una serie di furti, vessazioni, equivoci, Pozzetto tornerà arreso alla sua cascina, rendendosi conto che tutto ciò di cui ha sempre avuto bisogno è lì. Se questa non è una stoccata al consumismo e alla frenesia moderna.


Un altro aspetto interessante è osservare come alcune trovate, per quanto grottesche, riviste oggi assumono un’aurea quasi profetica: come il minuscolo monolocale dove i mobili scompaiono per salvaguardare gli spazi. Non è un caso che su quella scena sia stato fatto il trailer di una finta puntata del fanta-paranoico Black Mirror. Oppure si possono semplicemente lasciare perdere tutte queste filosofie e rivedere un film per ciò che è: una parata di situazioni e personaggi strampalati ma azzeccatissimi, dal cugino Massimo Boldi al contadino Jimmy il fenomeno sino al cieco Enzo Cannavale. Più un’altra miriade di volti noti di “quel cinema lì”. E soprattutto si può ridere di gusto con la comicità genuina di Renato Pozzetto in uno dei suoi ruoli più iconici.


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