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La Donna Elettrica

26/11/2018 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

La Donna Elettrica

Passione e sentimenti nel nuovo film di Benedikt Erlinggson

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Halla è un’appassionata ambientalista e concilia la sua tranquilla quotidianità con un lato più battagliero, che la vede impegnata in un costante braccio di ferro contro l’industria dell’alluminio che sta cercando di espandersi in Islanda, sua terra d’origine. Le sue azioni dimostrative si fanno sempre più audaci. Intanto, il negoziato tra il governo islandese e la multinazionale cinese dell’alluminio è stato rimandato. Quindi, Halla dovrà rivedere le sue priorità: è importante mettere a segno un ultimo e sferzante attacco, ma c’è anche una piccola bambina ad aspettarla. Dall’Ucraina, infatti, hanno accettato la sua richiesta di adozione.


Tanto eroismo e altrettanti sentimenti nell’ultimo lavoro di Benedikt Erlinggson che, dopo l’ottimo esordio del 2014, Of horses and men, torna in sala con La Donna Elettrica (titolo italiano che non rende giustizia alla complessità della vicenda): Halla, protagonista del girato, è tutt’altro che elettrica, possiamo definirla battagliera e fiera, una donna che lotta contro le multinazionali per preservare l’ambiente e il suo Paese. Perfetto esempio di sfrontatezza e lealtà, non trascura comunque la sua indole pacifica, capace di infervorarsi e combattere per ciò che ritiene opportuno. Una donna che non si pone più in maniera subalterna ma sovverte – se necessario – gli equilibri.


Erlinggson dipinge una figura femminile molto simile a “Dottor Jekyll e Mr. Hide”: le cuce addosso una duplice natura, un’insegnante di musica nella quale si cela una bio-terrorista che fa saltare centrali elettriche e fabbriche. Ossessionata dall’ambiente e dalla lotta di classe, non rinuncia tuttavia ai suoi sogni e alle sue aspirazioni. Ecco, dunque, che emerge una coscienza a tutto tondo in grado di conciliare rivoluzione e sentimento: Halla rischia completamente la sua reputazione e incolumità perché sogna un mondo migliore da lasciare a sua figlia. Vorrebbe, infatti, diventare madre e questa possibilità si concretizza nel momento in cui approvano la sua richiesta d’adozione.


Erlinggson mescola l'avventura con un ritratto familiare auspicabile, che rende il racconto più interessante e lo allontana dai cliché: una buona dose di umorismo scandinavo, infatti, fa sì che ogni cosa appaia più omogenea, appetibile e meno retorica del solito, con il romanticismo ben calibrato e la giusta dose di suspense. Un apporto fondamentale alla vicenda, inoltre, lo danno i luoghi e i paesaggi scelti. Sembra di esser perennemente catapultati in un quadro a tinte fredde, controbilanciato dal calore umano degli interpreti. Il regista si diverte a sconquassare l’animo dello spettatore, facendolo sussultare fra diverse emozioni: si passa dall’azione alla passione, dalla concretezza alla voluttuosità, dal serio al faceto, dal cinismo alla sensibilità.


Questo reiterato passaggio da uno status emozionale all’altro impone una scelta capillare di toni e registri scenici, si punta molto sul ritmo confidando nell’adesione del pubblico. L’Islanda diventa un ipotetico palcoscenico, dove Erlinggson condivide una visione del mondo: una particolare prospettiva di vita che non porta con sé la pretesa di essere capita, ma si concede alla vista dei più in maniera distinta.



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