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The Front Runner - Il vizio del potere

26/11/2018 11:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

The Front Runner - Il vizio del potere

La vicenda del senatore Democratico Gary Hart

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Gary Hart è stato un politico di spicco del Partito Democratico statunitense. Senatore del Colorado, candidato e poi sconfitto alle primarie per le presidenziali del 1984, tentò di rifarsi quattro anni dopo. Nel 1988 era dato favorito contro George Bush sr: ma, travolto da uno scandalo per una relazione extraconiugale con la modella Donna Rice Hughes, dovette rinunciare alla corsa lasciando, di fatto, via libera al candidato repubblicano. Il film d’apertura della 36ª edizione del Torino Film Festival, The Front Runner - Il vizio del potere, del regista canadese Jason Reitman, narra proprio questa vicenda. Partendo, con un prologo, dalla prima corsa di Hart alla poltrona presidenziale giunge, con un salto temporale di quattro anni, alla competizione del 1988 che lo avrebbe visto diventare, molto probabilmente, il 41° presidente degli Stati Uniti d’America.


Jason Reitman, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Matt Bai – autore del romanzo dal quale il film è tratto - e Jay Carson, confeziona un film teso, con un ritmo incalzante, adrenalinico, in cui tutti i personaggi coinvolti, da Gary Hart (Hugh Jackman) e il suo entourage, alla moglie Lee (Vera Farmiga), ai giornalisti che accettano la sfida lanciata dallo stesso Hart a seguirlo in ogni sua azione per appurarne la sua integrità morale (mossa che gli risulterà fatale), sino ad arrivare a Donna Rice Hughes (Sara Paxton), vengono tratteggiati in maniera veritiera, senza particolare enfasi o retorica e, soprattutto mettendo in evidenza il loro lato umano, fatto di tenacia ma anche – e soprattutto - di debolezze e paura.


The Front Runner - Il vizio del potere vuole ragionare su quanto sia lecito intromettersi nella privacy di un uomo, anche se questi è un personaggio pubblico sotto i riflettori e, allo stesso tempo, quanto un uomo possa utilizzare il proprio potere per scopi personali. Sicuramente si tratta di temi ampiamente trattati dal cinema e non solo, ma ciò che rende il film interessante è il fatto che Reitman dedica molto spazio alle donne. Alla moglie Lee, che deve subire la doppia mortificazione del tradimento del marito e dell’essere sbattuta di fronte alle telecamere della stampa che tiene sotto assedio la sua casa e, soprattutto, a Donna Rice Hughes, cogliendone il suo punto di vista ed evidenziando le pesanti conseguenze alle quale la donna sarebbe sicuramente andata incontro pur essendo, ella stessa, una vittima. Per quanto riguarda Hart, Reitman lo mostra correttamente come un uomo sconfitto, conscio e, allo stesso tempo, pentito del grande errore commesso. Lo vediamo annunciare il proprio ritiro alla corsa elettorale con dignità, interessato a non perdere gli affetti più cari, quelli della moglie e della figlia. Costruito come un thriller, anche se con un finale ovviamente già scritto, il biopic su Gary Hart è stato sicuramente una buona scelta per inaugurare il Torino Film Festival. Ci si domanda alla fine, con un briciolo di rimpianto, come sarebbe cambiato il corso del mondo se il giovane politico del Colorado non fosse stato travolto dallo scandalo sessuale e avesse potuto portare a termine la sua trionfale corsa alla Presidenza della prima potenza mondiale.


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