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Macchine mortali

20/12/2018 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Macchine mortali

Godibile e spettacolare quanto basta

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In seguito a una guerra durata sessanta minuti, la Terra - come noi la conosciamo - è stata spazzata via. I sopravvissuti vivono in città semoventi, alcune commerciali e pacifiche, altre gigantesche e predatrici; letteralmente, dato che si “cibano” delle città più piccole. Questo setting ci viene spiegato ancor prima che il film inizi, mentre sullo schermo il globo della Universal si trasforma in desolata landa post-apocalittica. Stacco. Improvvisamente ci troviamo nel mezzo di quella desolazione: tre città commerciali stanno conducendo affari quando all’improvviso, in lontananza, scorgono il sopraggiungere di una "predatrice": Londra. Quel che ne segue è un inseguimento di circa 10 minuti attraverso questa landa brulla e inospitale, un inseguimento tra due città che riecheggia i classici “pirateschi” (con un particolare occhio rivolto a Moby Dick) ma che è soprattutto intriso di quella maestosa poetica tipica di Peter Jackson, la medesima che ci ha fatto innamorare della Terra di Mezzo. Si può immaginare un incipit più maestoso e trascinante di questo, tra quelli visti al cinema? Quando a fine sequenza le fauci meccaniche di Londra si serrano, rivelando una gigantesco graffito usurato della Union Jack, e appare finalmente il titolo, è impossibile non ritrovarsi con la mascella a penzoloni.


Partendo da questa semplice premessa, Macchine Mortali racconta un mondo a metà strada tra il post-apocalittico di Mad Max e lo steampunk, sottogenere letterario visivamente molto affascinante, ma che non è mai stato granché sfruttato al cinema. Tratto dall’omonima serie per ragazzi - sette romanzi in tutto, di cui tre prequel - scritta da Philip Reeve (pubblicata in Italia da Mondadori), la storia ruota attorno a Tom Natsworthy (Robert Sheehan, che qualcuno ricorderà nei panni di Nathan nella serie tv inglese Misfits), un giovane storico appassionato di reperti "pre-guerra dei 60 minuti" che dovrà unire le forze con una misteriosa quanto scontrosa ragazza per fermare una nuova, imminente battaglia.


Se è vero che alla regia è accreditato l’esordiente Christopher Rivers, ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni costruzione di scena sembra urlare Peter Jackson. Sarà che il regista neozelandese qui scrive e produce, sarà che Rives è uno dei suoi più fidati e longevi collaboratori – disegnatore di storyboard sin dai tempi di Splatters – Gli schizzacervelli e regista della seconda unità per gli ultimi due capitoli de Lo Hobbit – ma è innegabile che la Terra di Mezzo e questo mondo post-apocalittico siano più simili di quanto si possa pensare. C’è una tale saturazione di dettagli, personaggi, costumi e marchingegni assortiti, necessari per il funzionamento delle città semoventi (Londra in particolare, che da lontano appare come una sorta di Minas Tirith con le ruote), che viene voglia di chiedere al film di rallentare per soffermarsi di più su questi dettagli, sulle molteplici sfaccettature nascoste che rendono tutto ciò che appare sullo schermo credibile e convincente. Ennesima prova che Peter Jackson e il suo team siano autentici costruttori di mondi (oltre al fatto che meritano almeno l’Oscar per le migliori scenografie viste quest’anno).


La trama, come già detto, ha un ottimo ritmo e bilancia bene le scene d’azione (alcune veramente notevoli) e il progredire della storia, che molti hanno definito stantia e debitrice a troppi altri film del genere. Ma non è forse vero che le storie, in fondo in fondo, sono sempre simili tra loro? Specie quelle che hanno al centro il “racconto dell’eroe” e “l’eterna lotta tra bene e male”: sono tutte differenti declinazioni di un medesimo archetipo. La differenza la fanno le ambientazioni e i personaggi, e su questo Macchine Mortali si rivela vincente. Un'ottima avventura per ragazzi, nemmeno così smielata come si potrebbe credere. Senza dubbio i rimandi visivi e non sono innumerevoli, come il personaggio di Anna Fang che entra in scena come se fosse Vash the Stampede o quello di Shrike che altro non è che una reinvenzione del T-800 di Terminator. Ma basta davvero questo ad affossare un film?


Macchine Mortali è godibile e spettacolare quanto basta, i personaggi sono credibili e si muovono in uno scenario inedito e affascinante che merita di essere esplorato ancora e più a fondo. Ma soprattutto è l’unico film in arrivo nei cinema a Natale che non sia un sequel, l’ennesimo capitolo di un franchise o un rebooth: l'unico che presenta agli spettatori un universo inedito e originale. Il che, dato i tempi che corrono, non è una cosa da sottovalutare.



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