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Pin Cushion

10/12/2018 12:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Pin Cushion

Una favola nera, un horror a tinte pastello

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Dopo una serie di corti, premiati a festival internazionali, la regista britannica Deborah Haywood esordisce con il lungometraggio Pin Cushion, letteralmente “puntaspilli”. E, in effetti, sulle vite di Lyn (Joanna Scanlan) e della figlia adolescente Iona, di spilli ne verranno infilati parecchi. Le due donne si trasferiscono in una nuova città e, con le migliori intenzioni, sperano che tutto andrà per il meglio. Lyn è una signora sovrappeso, con una deformità alla schiena che la rende claudicante; ha sul volto l’espressione di un'eterna bambina, la casa zeppa di ninnoli, parla con l’adorato pappagallino come se fosse un membro della famiglia. Sia lei che la figliola vestono in guisa di personaggi di una tenera fiaba o di un cartone animato. Il loro rapporto d’affetto è stretto, quasi simbiotico, fatto di gentilezza e d’amore. Hanno ricreato nella loro casa un mondo di favola all’interno del quale nulla le può ferire, ma all’esterno le cose andranno molto diversamente, nonostante le pietose bugie che all’inizio si racconteranno l’un l’altra. Iona, a scuola, cerca di farsi accettare da un trio di ragazzine popolari, truccatissime e bullizzanti, mentre è alle prese con le emozioni di un primo amore e la scoperta del proprio corpo. Quella mamma dall’aspetto bizzarro le crea imbarazzo e vergogna. Al contempo Lyn, cuore semplice, per non soffrire la solitudine, tenta, senza alcun esito positivo, di crearsi nuove amicizie, ricevendone in cambio solo cattiverie ed ingiurie.


Pin Cushion è un fairy tail nel quale le protagoniste, vestite di colori pastello, lustrini e teste di gattino stampate sul maglione, camminano su un terreno fangoso, sporcandosi i piedi - in senso metaforico e fisico - come appare chiaramente dalle inquadrature. Il contrasto tra il mondo di favola costruito e la realtà che le aspetta e circonda diventa sempre più netto, arrivando ad eccessi crescenti di violenza, trasformando la loro favola in un autentico incubo. La regista Deborah Haywood è molto brava a sfumare con l’immaginazione le emozioni e le vicissitudini delle protagoniste, che più fortemente immaginano un mondo ideale e più sprofondano nel suo opposto. Protagoniste indifese, educate e sempre sorridenti, non riescono a spiegarsi la cattiveria del mondo... ma sanno reagire: la piccola Iona con smarrimento, la madre Lyn con un gesti scioccanti, disperati e di estremo sacrificio. Impossibile non farsi toccare nelle emozioni da questa che è una favola nera, un horror a tinte pastello, una storia di personaggi perdenti ed emarginati da una società competitiva, insoddisfatta e malata, che accetta e perdona tutto, tranne la gentilezza, la diversità ed il sogno.



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