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La casa delle bambole - Ghostland

19/02/2019 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

La casa delle bambole - Ghostland

Nel 2019 è ancora possibile spaventarsi guardando un film horror?

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Nel 2019 è ancora possibile spaventarsi guardando un film horror? "Spaventarsi”, inteso nel modo più genuino possibile: non un salto sulla sedia provocato da un jumpscare a buon mercato (con quelli è bravo chiunque... o quasi), bensì una sensazione latente d’inquietudine, in grado di mettere a disagio lo spettatore. Forti di questo concetto, qualche anno fa una variegata ondata di cineasti ha cercato di rendere mainstream la violenza invadendo i cinema con i cosiddetti torture-porn. Così i vari Saw - L'enigmista e Hostel hanno fatto da apripista al genere.


Particolarmente interessante è la deriva francese che, all’inizio degli anni 2000, ha saputo rielaborare in chiave europea (e in alcuni casi elevare con una contorta forma di autoralità) questi contenuti estremi con una messa in scena d’autore sullo sfondo di una denuncia sociale. Un po’ come già aveva fatto il nostro Pier Paolo Pasolini con Salò o le 120 giornate di Sodoma. Esponenti di questo filone sono Frontiers - Ai confini dell'inferno, Inside - À l'intérieur e Martyrs: quest'ultimo della triade di sicuro è quello più disturbante, storia di una ragazza che subisce sevizie indicibili (viene letteralmente martirizzata, da qui il titolo). Un film che oggi come allora (era il 2008) è in grado di sferrare un gran pugno nello stomaco anche allo spettatore più temprato.


Il regista Pascal Laugier, nonostante i numerosi consensi raccolti da pubblico e critica, non ha però praticato molto negli anni seguenti, concedendosi solo una piccola trasferta oltreoceano con I bambini di Cold Rock (suggestivo solo in parte, di certo non un film memorabile) prima di sganciare la sua nuova bomba: La casa delle bambole - Ghostland, che in originale suona ancor più suggestivo come Incident in a ghostland. In questo film Laugier abbandona del tutto le derive violente (ma non sadiche) e la messa in scena estrema di Martyrs per giocare con i triti cliché dell’horror contemporaneo, dagli anni ’70 a oggi.


Un'inquietante magione isolata, due sorelle unite da uno strano legame, bambole e bambolotti sparsi ovunque, musichette infantili, maniaci energumeni che si esprimono a grugniti, persino un tocco di orrore impalpabile che inneggia alla poetica di Lovecraft: insomma c’è tutto il campionario. Partendo da questi stereotipi, Pascal Laugier scrive e dirige un film di cui è impossibile raccontare la trama senza svelare i numerosissimi colpi di scena e ribaltamenti di prospettiva che avvengono nell’arco dei canonici 90 minuti.


Due sorelle adolescenti sono in viaggio con la madre per raggiungere la casa della zia, deceduta da poco, di cui sono diventate le legittime ereditarie. La casa è un grosso villone in mezzo al nulla (la terra di nessuno, la Ghostland del titolo originale); l’interno crepuscolare è ingombro di una quantità impressionante di bambole, bambolotti, ninnoli e pizzi. «Sembra la casa di Rob Zombie» commenta una delle protagoniste, e infatti è impossibile non scorgere nella saturazione di dettagli delle scenografie un rimando – in particolar modo a La casa dei 1000 corpi – all’immaginario contorto e ricchissimo del cantante/regista americano.


Per tornare alla domanda iniziale, se nel 2019 è ancora possibile spaventarsi guardando un film horror, provando disagio al punto di ringraziare di essere solo uno spettatore... La casa delle bambole - Ghostland risponde come un lapidario sì. Al contrario di Martyrs, la violenza che il film infligge allo spettatore è più psicologica che grafica, ma non per questo meno disturbante. Anzi. Guardare La casa delle bambole - Ghostland è come farsi un giro sulle montagne russe a occhi chiusi: prima o poi gli avvitamenti o le picchiate verticali arriveranno, ma non si sa quando ciò avverrà; non resta che ancorarsi saldamente al sedile e sperare che tutto finisca presto. Un'emozione, questa, che nel panorama horror moderno è sempre più rara.


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