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I bambini di Rue Saint-Maur 209

16/01/2019 11:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

I bambini di Rue Saint-Maur 209

I suoni, i rumori, lo sgomento, la paura paralizzante nei volti di chi l'ha vissuta

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«Gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé la minima parte...ed è questa la solitudine dell'esistenza» diceva Dino Buzzati. Ed è proprio vero che è quasi impossibile riuscire a vivere o almeno comprendere la sofferenza altrui, a maggior ragione se si tratta di qualcosa che è accaduto molti decenni fa, ad esempio nel corso dell'ultima guerra mondiale. Ruth Zylberman, invece, con il documentario I bambini di Rue Saint-Maur 209 riesce a compiere un vero un viaggio nel tempo. E ci riesce grazie all'unità di spazio, scegliendo un edificio parigino, il 209 di Rue Saint-Maure e un momento esatto: quello di una retata, alle prime ore dell'alba, durante la quale intere famiglie furono deportate, bambini e neonati compresi. Non si tratta di semplici interviste ai protagonisti di quella vicenda storica; Ruth Zylberman ricerca i suoni, i rumori di quel giorno, lo sgomento, la paura paralizzante nei volti di chi l'ha vissuta, o di chi ancora non aveva saputo o creduto («Non li ha più rivisti perchè sono tutti morti»). Ricerca, insomma, la verità.


Una verità che non è fatta soltanto di dati, cifre e nomi, ma anche di improvvisi lampi di memoria. Come quello di un uomo, allora ragazzino, che ricorda i bimbi lanciati dai soldati sul convoglio, come fossero oggetti, senza alcun riguardo. E del momento in cui creature di pochi anni di vita furono strappate alle loro madri: squarci strazianti e indicibili, che hanno segnato per sempre la vita di chi vi ha assistito. Oppure la storia di un prezioso coltellino rubato al papà per una bravata, poi perduto, e poi ritrovato, un giorno, nel bosco, e che resta l'unico ricordo di quel genitore portato via e mai più tornato. La regista ha indagato per anni per ritrovare i vecchi inquilini di quel palazzo, per la maggior parte stranieri, gente semplice alla ricerca di una vita migliore, giovani sposi, famigliole. Li ha cercati, ormai uomini e donne anziani, tra Melbourne, New York e Tel Aviv, e queste persone, ricordando, sono tornate i bambini impauriti di quella notte. Vite interrotte, esistenze spezzate: un neonato affidato nella mani del vicino con un solo gesto di disperazione, che gli salvò la vita, porte aperte, porte chiuse, porte sfondate a calci, chi seppe e scappò in tempo – ma fuggire dove? - chi aiutò il vicino, chi fece la spia.


Fino a un incontro finale, fra tutti i vicini di casa di quel tempo, nel cortile del palazzo, molti dei quali hanno finalmente risposte, possono riallacciare nodi, seguendo il filo delle ore, dei minuti di quel giorno. E scoprono da dove provengono, che non sono stati abbandonati, che sarebbero e sono stati amati, se solo, quel giorno, non fosse accaduto quel che è accaduto. E che non sono completamente soli, come non lo è nessuno, quando una rete di solidarietà evita che l'umanità vada perduta per sempre, permettendo che nelle maglie rimanga ancora qualcosa. Magari una speranza. Quando la cinepresa si sofferma sulla vita quotidiana delle famiglie che abitano Rue Saint-Maur 209 oggi, ritraendo i giochi dei bambini, le loro risa, sta in realtà compiendo un miracolo, perchè ci sta mostrando i bambini di allora, e noi li stiamo vedendo davvero. Il bellissimo 1945 di Ferenc Török è un film potentemente evocativo; come 1938: diversi di Giorgio Treves e 1938: quando scoprimmo di non essere più italiani di Pietro Suber sono ulteriori recenti testimonianze di una memoria importante che non deve essere perduta. Ma I bambini di Rue Saint-Maur 209 è uno dei documentari più autenticamente e profondamente commoventi che siano mai stati girati.


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