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Escape Room

05/03/2019 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Escape Room

Avete mai giocato a un'Escape room?

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Avete mai giocato a un'Escape room? Come dice uno dei protagonisti del film «è come un videogioco, ma nella vita reale», il che rende molto bene l’idea a chi non sa cosa sia. I partecipanti vengono chiusi in una stanza e hanno un limite di tempo (di solito un’ora) per risovere i vari rompicapi nascosti e aprire la porta vincendo il gioco. Per quanto i temi delle stanze possano variare (le più gettonate restano comunque quelle a tema horror) la dinamica è sempre la medesima: rinchiusi in un luogo isolato, un gruppo di persone devono imparare a collaborare tra di loro per potersi “salvare”. In pratica una trasposizione in live-acton delle trappole dell’Enigmista.


Escape Room prende questo concetto e lo mette al centro di un film, proponendosi sin dal minuto zero come una versione PG-13 di Saw - L'Enigmista, accuratamente ripulito da qualsiasi traccia di sangue, frattaglie e violenza di ogni tipo (se non una spruzzata di quella psicologica contro i protagonisti). Il regista Adam Robitel, dopo L'esorcismo di Deborah Logan e Insidious 4 – L’ultima chiave, abbandona il campo horror per addentrarsi in quello del thriller puro, leggermente virato in salsa teen, che fa di ritmo e tensione i suoi punti di forza. Il film inizia con un mix di suggestioni tratte dal sottovalutato The Game di David Fincher, dal seminale The Cube di Vincenzo Natali e va a pescare persino qualcosa da Hellraiser.


Sei sconosciuti ricevono la medesima scatola-rompicapo (una stilosa versione total-black del cubo di Lemarchand) che continene l’invito a partecipare a una nuova Escape, promettendo un premio di 10.000 dollari a chi riuscirà ad arrivare alla fine risolvendo tutti gli enigmi. Ingolositi dal denaro, i sei si recano all’indirizzo della società, consegnano i loro cellulari alla guardia all’ingresso e accomodandosi in una sala d’attesa dove fanno conoscenza l’uno con l’altro, e il pubblico con loro. Ovviamente i protoagonisti sono stereotipi tagliati con l’accetta: troviamo il ragazzino invasato di escape room, la fanciulla sveglia ma timida, il giovane di successo, quello un po’ sfigato e con problemi di alcolismo, il grassoccio dal cuore d’oro e la ragazza scontrosa che nasconde qualcosa. Poi inizia il gioco.


Stendendo un velo pietoso sulla sequenza iniziale, che è quanto di più sbagliato si possa vedere in apertura di un film del genere – ovvero la fine del gioco, che rivela da subito chi sopravvive... una scelta assolutamente priva di senso! – e immaginando che Escape Room inizi cinque minuti dopo, la storia scorre via che è un piacere. Intendiamoci, nulla di elaborato o originale, anzi, ma il continuo susseguirsi di enigmi e di stanze molto particolari (la terza, quella del tavolo da biliardo, è davvero clamorosa!) riesce a tenere il ritmo sempre su di giri e un buon livello di tensione. E questo è senza dubbio un punto a favore, almeno per la prima ora abbondante di film.


I problemi inziano a farsi più evidenti con l’avvicinarsi del finale, in cui vengono ammassate (il termine non è casuale, perché negli ultimi 20 minuti il montaggio si fa frettoloso e poco chiaro, senza dare il tempo allo spettatore di metabolizzare la spiegazione appena ricevuta... forse un escamotage per mascherare la poca logica dietro queste scelte?) una serie di motivazioni pretestuose, poco soddisfacenti e soprattutto confusionarie. E comunque, con i suoi 130 milioni d’incasso contro i 9 di budget, è già stato ufficializzato il sequel. Ma anche questo è un colpo di scena abbastanza telefonato.



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