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Le Grand Bal

24/04/2019 11:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Le Grand Bal

Un'opera poetica, delicata, eppure potente

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Una volta all'anno nella campagna francese, nella zona dell'Allier, nel piccolo comune di Gennetines, più di duemila persone si riuniscono per l'esperienza incredibile di danzare insieme nell'evento chiamato Le Grand Bal. Ballano per 7 giorni e 8 notti di fila, con orchestre che suonano musica dal vivo, accampati in tende con bagni comuni, dove potersi ristorare di tanto in tanto, come in un grande campeggio. La giovane regista Laeticia Carton, al suo quarto lungometraggio, appassionata di danza, ha voluto raccontare questa realtà così peculiare, attraverso un documentario accurato e poetico, dove a parlare sono tre voci: quella delle persone, tutte di età ed estrazione sociale diversa, la suadente voce narrante della stessa regista, ed infine la musica, inclusi i suoni dei piedi che calpestano il pavimento di parquet. Si tratta principalmente di balli folkroristici non solo francesi, ma di ogni parte del mondo, antichissimi (bourrée, polk, mazurka, scottish...) e legati alla cultura popolare di origine. I partecipanti non si conoscono, eppure entrano in contatto fisico ed emotivo l'uno con l'altro, seppure per il breve spazio fisico e temporale di una danza.


La regista ipotizza che una delle ragioni che spinge a ballare in modo collettivo, traendone emozione e divertimento, nasca dalla necessità che hanno le persone di toccarsi. Uomini e donne, ma anche dello stesso sesso, parenti, amici o estranei che non si rivedranno mai più, che danzano per la gioia di danzare. Ogni generazione si fonde all'altra. Si sa come si entrerà all'inizio di ogni ballo, ma non si sa come se ne uscirà, in quale stato d'animo: tutto dipende dalla sintonia che si crea o meno col proprio partner di ballo. La tristezza di non essere invitati si alterna all'euforia di un ballo ben riuscito. Ragazzi ballano con signore attempate, e viceversa. Il piacere del ballo abbatte tutte le barriere e gli stereotipi. C'è lo spazio per la danza tradizionale, e poi alle prime luci dell'alba, un altro ballo speciale solo per chi resiste e ce la fa ancora, principalmente i più giovani.


La regista si approccia a una materia tanto semplice quanto narrativamente difficile con grande naturalezza, dando spazio anche all'evocazione della parola, che spiega il sentimento, la gioia, il desiderio. Ancestralmente, si balla perchè si è vivi e si è felici di esserlo, e l'energia fisica che si impiega nella danza riflette l'energia cosmica dell'universo. Per questo Le Grand Bal è un'opera poetica, delicata, eppure potente. Le pratiche comunitarie al giorno d'oggi sono quasi del tutto scomparse, si tende sempre maggiormente ad isolarsi, e le attività umane sono all'insegna della solitudine e di certo implicano un contatto, fisico ed emotivo con l'altro, ridotto al minimo. Nella danza ci si tocca, ci si guarda, si percepisce l'odore e il calore dell'altro, forse anche il battito del suo cuore, e alla fine del ballo ci si può dimenticare del proprio partner dopo pochi minuti, oppure magari mai più.



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