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Quando eravamo fratelli

09/05/2019 10:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Quando eravamo fratelli

Duro, crudo ma anche poetico

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Jeremiah Zagar, artista hippie e documentarista, debutta al lungometraggio con visionarietà e spirito d'osservazione: Quando Eravamo Fratelli è un film che permette di immergersi nel mondo magico, spaventoso e senza barriere dell'infanzia. Farlo non è mai facile. Ci riusciva Truffaut, per il quale era più facile girare con dei bambini piuttosto che con gli adulti, pieni di opinioni e pretese. Ma Quando Eravamo Fratelli, tratto dal romanzo omonimo dello scrittore Justin Torres, riesce pienamente a raccontare sia questo periodo della vita, sia il rapido scivolare nell'età adulta. In questo affresco familiare profondamente autentico ed emozionante, fatto di attimi felici e di lunghi periodi disperati – come accade nelle imperfette vite familiari – ci sono anche gli adulti (Raul Castillo e Sheila Vand) che sono a loro volta bambini cresciuti in fretta incapaci di dominio e controllo sulle proprie emozioni e vite.


I tre piccoli Manny, Joel e Jonah, quasi coetanei, vivono con spensieratezza e libertà – almeno finchè possono – la loro infanzia coi giovani genitori, nella campagna di New York. Il più piccolo ha un legame speciale con la mamma, forse proprio perchè è il più piccolo, ma anche il più sensibile e - apparentemente - fragile dei tre figli, ed ha ereditato la carnagione più chiara e gli occhi azzurri della mamma. Il papà, portoricano, fa del suo meglio ma non riesce e tenersi un lavoro e i litigi con la moglie diventano sempre più violenti. Soli contro il mondo, a piedi nudi, i tre fratelli potrebbero creare un muro compatto e solidale, se non fosse per la diversità del terzo, che per sopportare le proprie emozioni le scrive e disegna di nascosto su fogli di carta colorati, che ogni tanto prendono anche vita, con sorprendenti effetti grafici, per poi nasconderli sotto al letto.


Duro, crudo ma anche poetico, Quando Eravamo Fratelli segue la vita dei bambini fino a quel momento indefinibile che segna il confine con l'infanzia e lo racconta senza sconti e edulcorazioni. Perchè la famiglia è un nido selvaggio e può anche essere violento, come anche lo sono le scoperte, le scelte e i distacchi. La scena topica del film è quella in cui il piccolo Jonah e sua madre, che non sanno nuotare, vengono portati al largo di un lago sulle spalle del papà, con l'intento di aiutarli ad imparare. L'uomo pensa di fare il bene del piccolo, lasciandolo affondare nell'acqua, convinto che la sua reazione di sopravvivenza gli insegnerà a reagire così anche nella vita. Ma sta sbagliando: Jonah troverà da solo una sua strada che è diversa da quella dei suoi due fratelli. Il film è stato premiato al Sundance Festival 2018, dove ha vinto il NEXT Innovator Award.


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