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Ti presento Patrick

17/06/2019 11:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Ti presento Patrick

Il viziatissimo carlino Patrick incontra la goffa Sarah

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Sarah Francis è una giovane insegnante inglese di letteratura, che è appena stata lasciata dal fidanzato. Un giorno riceve in eredità dalla nonna un cane: un carlino di nome Patrick. Da subito intolleranti l’uno verso l’altra, il viziatissimo e bisbetico Patrick e l’insicura e goffa Sarah inizieranno lentamente ad accettarsi, sino a diventare necessari l’uno all’altra, stabilendo un rapporto di reciproco affetto. Il cane permetterà a Sarah di superare le proprie insicurezze e a ritrovare grinta, orgoglio e, soprattutto, l’amore vero. Ti presento Patrick, della regista britannica Mandie Fletcher, è solo l’ultimo dei tanti film in cui a essere messo in scena è il rapporto fra l’uomo e il cane. Un soggetto declinato in ogni sua sfaccettatura, sin dai tempi, ormai decisamente lontani, di Torna a casa Lassie, pellicola che ottenne un enorme successo, dando vita a sei sequel e a tre serie televisive.


Girato quasi completamente in pittoreschi parchi e quartieri londinesi, Ti presento Patrick è un film realizzato prevalentemente da donne: oltre alla regista, Vanessa Davies - produttrice e co-sceneggiatrice insieme alla stessa Fletcher e a Paul De Vos - e l’attrice Beattie Edmondson, nel ruolo della protagonista Sarah. Si tratta di una commedia brillante destinata soprattutto alle famiglie, che vuole celebrare l’amore universale per gli animali, la cui presenza può riempire i vuoti della solitudine e sanare le ferite del cuore e della mente.


Tuttavia il film della Fletcher risulta sterile e piuttosto carente di idee: una pellicola senza velleità, che mette in scena una comicità che si sviluppa entro binari ampiamente percorsi – e spesso in maniera decisamente migliore - nel passato più o meno recente. Qui, al contrario, abbondano situazioni scontate che raramente inducono il riso. Si tratta, in definitiva, di un film modesto in cui la recitazione della protagonista si caratterizza per una serie di smorfiette e tentennamenti che, se da un lato ne vorrebbero caratterizzare l’insicurezza di fondo, dall’altro finiscono per diventare, alla lunga, ripetitivi e un poco fastidiosi.



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