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Ad Astra

31/08/2019 11:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Ad Astra

Quando il viaggio spaziale raggiunge il Festival di Venezia lo fa soprattutto in forma di viaggio interiore

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L’universo fisico e quello interiore. Non potrebbero esserci contesti più distanti, eppure guardare le stelle induce sempre nell’essere umano una riflessione su se stesso e sullo spazio dai confini insondabili. Per Roy McBride (Brad Pitt), protagonista di Ad Astra di James Gray, è il rapporto con il padre Clifford (Tommy Lee Jones) il punto fisso intorno al quale ruota tutta la vita. Partito per una missione leggendaria, il progetto Lima destinato a uscire dai confini dell’eliosfera per indagare l’universo senza alcuna interferenza prodotta dalla nostra stella, Clifford non ha mai più fatto ritorno né trasmesso nulla, facendo perdere le proprie tracce nei pressi di Nettuno. Una serie di strani eventi cosmici, scariche di energia che si stanno abbattendo dallo spazio sul pianeta Terra, inducono le autorità terrestri a ritenere che la missione Lima sia coinvolta, implicando con questo la possibilità di qualche sopravvissuto. Roy, che oltre a essere il figlio di Clifford è anche uno dei migliori astronauti disponibili, sarà incaricato di cercare un contatto con il padre, che fino a quel momento credeva defunto. Il suo viaggio lo porterà a scoprire verità inaspettate sul genitore, ma anche a indagare le profondità del proprio animo, alla ricerca del vero significato che per lui ha avuto la perdita del padre e questa nuova opportunità di confrontarsi con lui.


Un po’ come avvenuto per The First Man di Damien Chazelle l’anno scorso, quando il viaggio spaziale raggiunge il Festival di Venezia lo fa soprattutto in forma di viaggio interiore per individui dalla personalità complessa, ligi al dovere e all’avanzamento dell’umanità, che inevitabilmente sembrano aver perso o messo a rischio qualcosa della loro umanità nel percorso di crescita che li ha portati ad essere straordinari.


James Gray cala perfettamente la propria opera in questo filone, ma non manca di cercare l’armonia - non sempre pienamente riuscita - con le sequenze di maggior azione. Fra queste scene adrenaliniche, un inseguimento fra Rover sulla superficie lunare e una missione di soccorso ad una stazione spaziale, che ha un po’ di Alien e un po’ di 2001 Odissea nello spazio: questi momenti, di grande impatto visivo, permettono al film di costruire una propria caratterizzazione, dandogli quell’ impianto action che distanzia Ad Astra da The First Man o Gravity. Sul piano della recitazione, Ad Astra poggia quasi integralmente sulle spalle di Brad Pitt che, tornando al paragone con il film di Chazelle, sembra aver “studiato” l’interpretazione di Ryan Gosling in The First Man . Pitt, provato e dolente, esprime bene la stasi emotiva di Roy e le sue successive prese di coscienza…ma non disdegna di calarsi nelle parti dell’eroe muscolare, quando necessario.



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