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Manta Ray

07/10/2019 11:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Manta Ray

Un lavoro dalle atmosfere intensamente oniriche e dalle immagini evocative

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Il primo lungometraggio del regista tailandese Phuttiphong Aroonpheng è un lavoro dalle atmosfere intensamente oniriche e dalle immagini evocative, che si imprimono nella mente dello spettatore come un sogno, oppure un incubo. I ritmi lenti, e a volte esasperatamente ripetitivi, ne fanno un film un po’ difficile da apprezzare dal punto di vista narrativo, ma che si fa ricordare per la bellezza delle immagini, in particolare quelle notturne e soprattutto per la delicata importanza del tema trattato. Infatti Manta Ray narra come migliaia di rifugiati Rohingya siano costretti ogni anno ad abbandonare la Birmania – ufficialmente Repubblica dell’Unione del Myanmar – perché perseguitati e quindi si avventurino per mare spesso trovando la morte. I cadaveri annegati dei Rohingya vengono ritrovati lungo le coste delle foreste thailandesi.


Chi sono precisamente i Rohingya? Un gruppo etnico, di religione islamica, che parla il rohingya, una lingua indoeuropea e che vive nella parte settentrionale della Birmania, nello stato di Rakhine al confine con il Bangladesh. Per la legge sulla cittadinanza della Birmania, risalente al 1982, i Rohingya non fanno parte delle 135 etnie riconosciute dallo stato e non hanno pertanto diritto alla cittadinanza. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite essi sono una delle minoranze più perseguitate nel mondo. Molti Rohingya sono stati relegati in ghetti o sono fuggiti in campi profughi in Bangladesh e sulla zona di confine tra Thailandia e Birmania. Il regista afferma di aver voluto raccontare il loro dramma affinchè queste morti innocenti non vengano dimenticate e la loro voce non resti inascoltata, e ciò avviene in senso letterale. Infatti in una delle scene principali del film, si odono molte voci angosciose nella foresta. Si tratta delle voci dei Rohingya registrate dallo stesso PhuttiphongAroonpheng.


La storia narra di un pescatore thailandese (Wanlop Rungkamjad), dai capelli tinti di biondo, che vive in solitudine e semplicità, da poco abbandonato dalla moglie, fuggita con un altro. Durante una esplorazione notturna nella foresta, alla ricerca di pietre preziose – che poi saranno misteriosamente gettate in acqua per attrarre le mante – il pescatore si imbatte in un uomo gravemente ferito, semisepolto nella foresta e decide di prendersene cura. Poiché l’uomo misterioso non parla (probabilmente non comprende quella lingua) verrà chiamato col nome di una pop star thailandese, Thongchai. Si instaura un forte legame tra i due, quasi simbiotico, di riconoscenza ed affetto, fino a che il pescatore non scompare e viene dato per morto. Di lì a poco ritorna la moglie del pescatore, cacciata dal suo amante, e allaccia un rapporto con Thongchai. La strage etnica dei Rohingya non si evince facilmente dalla storia, che sceglie di parlare attraverso simboli e immagini ripetitive ed ipnotiche. Il tema affrontato dal film è principalmente quello dell’identità, intesa come io, ma anche confine, etnia e nazionalità, oltre la storia e i pregiudizi. Molto belle le canzoni interpretate dalla protagonista femminile (Rasmee Wayran), che è in realtà una famosa cantautrice della Thailandia del Nord.



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