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Il ladro di giorni

23/10/2019 11:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Il ladro di giorni

Il regista Guido Lombardi torna alla Festa del Cinema di Roma

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A sei anni di distanza da Take Five, il regista Guido Lombardi torna alla Festa del Cinema di Roma adattando per il grande schermo il suo omonimo romanzo, Il ladro di giorni, presentato in concorso. Il soggetto aveva vinto anni prima il Premio Solinas. Racconta la storia di Salvo (Augusto Zazzaro), un ragazzino pugliese affidato alle cure degli zii in Trentino dopo la morte prematura della madre. Il padre di Salvo, Vincenzo (Riccardo Scamarcio), ricompare nella vita del figlio il giorno della sua Prima Comunione, dopo sette anni trascorsi in prigione. Vincenzo chiede di poter passare qualche giorno con suo figlio e, così, a bordo della sua utilitaria partono insieme per un viaggio che ha come meta la Puglia. Nato come un piano perfetto per consegnare un carico e farsi giustizia, questo viaggio sarà per Vincenzo un modo per rimettere in discussione le sue priorità e il suo ruolo genitoriale.


Dopo il bellissimo Là-bas - Educazione criminale, suo esordio dietro la macchina da presa, Guido Lombardi porta sullo schermo un film fragile e senza guizzi, la cui vera forza è rappresentata dal rapporto speciale tra i due protagonisti, Riccardo Scamarcio e Augusto Zazzaro. Il film, apparentemente, è il più classico dei road movie. Un percorso di formazione per un padre e un figlio che, tra una serie di disavventure, cercano di ricucire brandelli di un rapporto strappato dalle avversità della vita. Ma non volendo rinunciare a qualche battuta divertente, a elementi noir, a momenti "superacafoni" e innesti gangsteristici, dopo la visione appare evidente come da questa storia si pretenda decisamente troppo. E, così, l’unico mordente - una piccola e delicata intimità - si annacqua tra elementi impossibili da tenere insieme.


Sullo sfondo della vicenda abbiamo la criminalità pugliese, le feste di paese, i paradossi del sud più profondo tra sacro e profano, una donna spezzata, un uomo che ha perso la ragione: tutto mai veramente approfondito, sempre fluttuante. Mai completamente a fuoco, questo film oscilla tra momenti delicati e goffi tentativi di virare verso un registro più ironico, che però stride in un calderone di elementi melodrammatici. Anche il montaggio non aiuta il ritmo della pellicola: tra percorsi su strada e flashback sulle vicende criminali del protagonista, irrigidisce ulteriormente la narrazione, sempre troppo didascalica. Farcito di movimenti di camera pretestuosi, il film segue la sua pista principale attraversando tutte le tappe di una via crucis di luoghi comuni fino all’epilogo finale. Peccato perché Lombardi è un autore che sa il fatto suo e perché i protagonisti hanno una chimica speciale.


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