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Jojo Rabbit

25/11/2019 12:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Jojo Rabbit

La storia semiseria di Jojo Betzler, un ragazzino di dieci anni fervente adoratore di Hitler

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Durante la guerra, in una Germania ormai al collasso con americani e russi alle porte, Jojo Betzler (Roman Griffin Davis), un ragazzino di dieci anni fervente adoratore di Hitler, tanto da eleggere il Führer ad amico immaginario che lo accompagna e lo consiglia nelle decisioni più ardue, si accinge a entrare nella Hitlerjugend e diventare, così, un uomo. La sua fede è tanto più incrollabile quanto più grandi sono le paure di non essere degno del ruolo che si accinge a ricoprire. E quando al campo di addestramento delle giovani reclute, per dimostrare la capacità e la gioia nell’uccidere che caratterizza un vero soldato nazista, dovrà spezzare il collo a un coniglio, l’incapacità a far del male al animaletto indifeso prenderà il sopravvento. Tacciato di codardia, il giovane Jojo si porterà così appresso l’appellativo di “coniglio”, un’onta difficile da accettare per un vero nazista nonché amico personale del Führer.


Tratto dal bestseller di Christine Leunens, Jojo Rabbit, film del regista neozelandese Taika Waititi, è il film d’apertura del 37° Torino Film Festival. Si tratta di una commedia semiseria sul nazismo e sui nazisti che vengono qui trattati come personaggi da operetta. Soprattutto l’Adolf Hitler immaginario, interpretato dallo stesso regista, viene disegnato come una grottesca e ridicola macchietta, a significare tutta la stupidità e ottusità del potere. Si ride con moderazione nel film di Waititi, anche se non mancano momenti drammatici, trattati però sempre in maniera delicata: come quando si vedono alcuni partigiani giustiziati e impiccati nella pubblica piazza. L’orrore della morte è però sfumato in quanto, come ha dichiarato lo stesso Waititi, l’intenzione non era quella di realizzare l’ennesimo dramma sulla Seconda Guerra Mondiale. Sotto questo aspetto è naturale andare con la mente a Charlie Chaplin o a Mel Brooks, che hanno ridicolizzato la figura di Hitler, oppure accostare Jojo Rabbit a La vita è bella di Roberto Benigni. Ma il film di Taika Waititi – maori per parte di padre ed ebreo per parte di madre – va oltre. È un’opera sulla crescita personale di un bambino con la testa imbottita di fanatismo cialtrone che impara a sue spese come sia più complicato ma, allo stesso tempo, decisamente più gratificante, non odiare. E in questo sarà aiutato dalla madre Rosie (Scarlett Johansson), impegnata segretamente nella Resistenza e da una ragazza ebrea (Thomasin McKenzie), amica della sorella morta di Jojo, che Rosie nasconde in solaio all’insaputa di tutti, anche del figlio.


Jojo Rabbit non è certo un capolavoro ed è, sicuramente, un film “facile”. Tratta però temi universali, quali l’amore e la solidarietà verso il prossimo necessari, soprattutto oggi, per contrapporsi all’odio e all’intolleranza. Un film sulla disillusione di un popolo che si risveglia distrutto da anni di falsi miti di grandezza. A rendere ancor di più il film surreale contribuisce la colonna sonora che spazia dai Beatles a Tom Waits, a classici del jazz per arrivare a Heroes di David Bowie.



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