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Hammamet

10/01/2020 12:00

Samantha Ruboni

Recensione Film,

Hammamet

Amelio sceglie di concentrarsi non sul Craxi politico, ma sull'uomo

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Hammamet nasce da un’idea del produttore Agostino Saccà: un film su Cavour e sul suo legame con la figlia. L’intuizione di spostare la storia un secolo avanti è stata di Gianni Amelio, desideroso di parlare di qualcosa più vicino a noi, di una vicenda ancora calda, non sanata. Da qui il progetto originario si trasforma completamente e diventa il racconto degli ultimi mesi di vita di Bettino Craxi, passati nella sua dimora turca, Hammamet. Ma soprattutto del suo rapporto con la figlia Anita (nella realtà Stefania). Amelio sceglie di concentrarsi non sul Craxi politico, figura di spicco del Partito Socialista Italiano, ma sull'uomo… svestito delle sue cariche. Il regista non vuole dare delle risposte, ma farsi delle domande su quest'uomo e su quello che è stato per il nostro Paese: ciò che vediamo è la lunga agonia di qualcuno che ha perso il potere e va ormai incontro alla morte.


Soprattutto, però, Hammamet è un film che sembra pensato per Pierfrancesco Favino. La parte è stata concepita apposta per lui, al punto da far attendere il regista sei mesi per l’inizio delle riprese, così che Favino terminasse di girare Il Traditore di Marco Bellocchio. E, di certo, Amelio ci ha visto giusto. Favino scompare dietro quella maschera: non fa Craxi, diventa Craxi. Cinque ore di trucco al giorno lo trasformano nel Presidente, in un rituale che, come nel teatro giapponese, lo porta all'oblio di sé. E proprio nel momento in cui indossa le sopracciglia e gli occhiali, Favino si perde nelle fattezze, voci, movenze di Bettino Craxi. L’attore ha studiato su video e materiali d'archivio; ma non si è soffermato solo sugli ultimi anni del politico, anzi ha approfondito gli anni precedenti, per poter così comprendere ciò che veniva a mancare in quell'uomo, ormai appesantito nella mole e dalla malattia. E Favino, con il suo talento mimetico, è talmente bravo che lo spettatore si dimentica dell'attore per convincersi di avere davanti il protagonista.


Uno dei personaggi più interessanti del film è il figlio di Vincenzo (nel quale possiamo riconoscere la figura di Sergio Moroni), anche se in realtà non è mai esistito: sparisce, ricompare, non si capisce il suo ruolo nella storia ma diviene fondamentale sia per tenere le fila all’interno della grande casa sia per il protagonista, che lo cerca e lo fa testimone delle riprese che contengono le sue ultime dichiarazioni. Un personaggio enigmatico, che funziona per tenere tutto legato insieme: peccato per l'interpretazione fragile di Luca Filippi. Sono pochi personaggi del film chiamati per nome e appartengono tutti alla sfera personale del protagonista; gli altri sono semplicemente il Presidente, il Giudice. Come ha dichiarato Amelio, questo fa sì che «il film venga visto come se i personaggi non avessero un nome, né un passato da coniugare. Basta il presente del cinema». Questo espediente è utile anche a tenere alta l'attenzione dello spettatore che si ritroverà a giocare al “chi-è-chi”.


Gianni Amelio non emette giudizi sul politico e sul personale dal protagonista: questa neutralità appare evidente nella scelta di “virgolettare” le prese di posizione del Presidente, cambiando formato, ossia passando dai 16:9 ai 4:3. Una scelta visiva e narrativa interessante, che si accompagna a una regia elegante che va di pari passo a una fotografia curata e precisa. Ma una sensazione ci pervade per tutto il film, fino alla sua fine, una sensazione di incompletezza, di non finito, di vuoto narrativo. Cosa ci vuole dire Amelio con questo film? Di certo è rivolto a spettatori che conoscono le vicende politiche narrate e che sono informati su queste, non si tratta un film biografico far conoscere la figura di Craxi a chi è troppo giovane per ricordare quegli anni. Manca la parte politica, necessaria. Manca la critica, per esplicita volontà di non schierarsi. E questo fa perdere profondità e completezza a un film che aveva ambizioni altissime.


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