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La bambola assassina 3

17/06/2019 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film, film-horror, bambola-assassina,

La bambola assassina 3

Terzo episodio della saga de La bambola assassina

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Terzo episodio della saga de La bambola assassina. Di per sé il film non aggiunge davvero nulla al discorso iniziato (e anche concluso) con i primi due capitoli, ma si accoda alla tradizione tipicamente slasher dei sequel fotocopia: cambiano i protagonisti (alcuni almeno) e l’ambientazione, ma non le motivazioni o la struttura della storia. Eppure Don Mancini (creatore della saga e sceneggiatoe di tutti e tre questi capitoli) crede fortemente nella sua creatura, perché nonostante tutto anche questo terzo capitolo ha diversi spunti interessanti, che cercano di scostarsi dal solito canvaccio e prendere le distanze dai due film precedenti. Innanzitutto lo stacco temporale: il film infatti inizia 8 anni dopo gli eventi narrati nel precedente capitolo, con un Andy Barclay non più bambino, bensì sedicenne nel pieno dell’adolescenza. In secondo luogo l’ambientazione: la storia si svolge all’interno di un’accademia militare, una location alquanto insolita per un film horror; ancor di più se si pensa che il protagonista è un bambolotto posseduto.


Il film si apre con una sequenza che, in origine, era stata presentata come un finale alternativo del secondo film: il corpo senza vita di Chucky viene fuso in una vasca di plastica che verrà utilizzata per creare nuove bambole. Il serial killer Charles Lee Ray si ritrova così con un corpo nuovo di zecca, pronto a sbarazzarsi di Andy Barclay una volta per tutte. La storia è sempre quella di Chucky che, riportato in vita per l’ennesima volta con una scusa pretestuosa, vuole uccidere Andy e compiere un altro rito per trasferire la sua anima dentro un corpo umano. Sulla sua strada si pareranno ovviamente una serie di vittime ignare, che Chucky ucciderà senza remore e senza eccesso di splatter o inventiva, semplicemente innalzando in bodycount (che questa volta arriva a 7 vittime).


La regia di Jack Bender appiattisce il tutto a uno standard televisivo anni ’90, colpa anche le luci non proprio ispirate di John R. Leonetti: il futuro regista di un’altra bambola assassina, Annabelle, e braccio destro di James Wan fa qui il suo debutto cinematografico come direttore della fotografia, ma il risultato non convince e non riesce mai ad elevarsi sopra la sufficienza. Ed è un peccato perché qua e là vi sono anche alcuni personaggi interessanti (il barbiere su tutti), oltre che la baracconica scena finale ambienatta all’interno del tunnel dell’orrore di un luna park.


I risultati non proprio esaltanti al botteghino fecero sì che per quasi una decade la saga scivolasse nel dimenticatoio, lasciando Chucky inanimato e a brandelli. Un epilogo decoroso, che porta a compimento la trilogia di Andy Barclay e chiude definitivamente un discorso che comunque si era trascinato anche per troppo tempo. Almeno finché, con l’avvicinarsi del nuovo millennio, Don Mancini non ebbe l’ennesima, folle e folgorante idea per raccontare di nuovo le gesta di Chucky, sotto un punto di vista decisamente originale.


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