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Rapina a Stoccolma

20/06/2019 10:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Rapina a Stoccolma

Come è nata la Sindrome di Stoccolma

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Il 23 agosto 1973 la città di Stoccolma si ritrovò al centro di un clamoroso fatto di cronaca: Jan-Erik Ollson, un uomo evaso dal carcere, tentò una rapina nella sede della Sveriges Kredit Bank prendendo in ostaggio tre donne e un uomo, tutti dipendenti della banca. Il rapimento durò cinque giorni e, in quell’occasione, la polizia acconsentì alle varie richieste di Ollson, fra le quali vi erano quelle di liberare un altro detenuto, che venne condotto alla banca, e di ottenere una macchina con la quale tentare la fuga. Ma per diretto ordine del Primo ministro svedese – che al tempo era lo sfortunato Olof Palme, ucciso qualche anno dopo in un agguato criminale - non venne consentito ai rapinatori di fuggire con i sequestrati, i quali vennero liberati dopo la resa dei banditi. Un episodio che balzò all’onore della cronaca in Svezia e che fece scalpore in quanto i sequestrati maturarono una sorta di dipendenza psicologica nei confronti dei loro carcerieri denominata, proprio a seguito di tale vicenda, “Sindrome di Stoccolma”. Infatti i quattro, sin dal secondo giorno del sequestro, instaurarono una sorta di alleanza e attrazione verso i sequestratori, non dettata da motivi di opportunismo, bensì dal fatto che avevano iniziato a ritenerli migliori della polizia, mostrandosi fra l’altro riconoscenti per alcuni gesti di Ollson come, ad esempio, quello di fornire una giacca a una delle donne per riscaldarla o tranquillizzarla dopo un brutto sogno. Addirittura, una volta liberati, in vari colloqui con psicologi, i quattro manifestarono profonda gratitudine verso i sequestratori che avevano «ridato loro la vita».


Questo fatto venne raccontato dal giornalista statunitense Daniel Lang in un articolo apparso sul New Yorker qualche mese dopo. E proprio l’articolo di Lang sta alla base di Rapina a Stoccolma, il film del regista canadese Robert Budreau, con Ethan Hawke nella parte di Lars Nystrom, il sequestratore, e Noomi Rapace in quella di Bianca Lind, la donna che, fra i sequestrati, maturò maggiormente sentimenti di gratitudine e affetto nei confronti del suo carceriere. La vicenda, con minime variazioni rispetto alla realtà – sono stati modificati i nomi dei protagonisti, la durata del sequestro e il numero dei sequestrati – è narrata con mano sicura da Budreau, che ambienta il film per lo più in ambienti chiusi (sequestratori e sequestrati rimasero per tutto il tempo segregati nel caveau della banca).


Il film ha l’andamento e la struttura del thriller; è infarcito, però, di dialoghi spesso surreali che donano un tocco di comicità che non stona e, al contrario, permette di rendere ancora più stupefacente una vicenda che mostra forti caratteri di peculiarità. A partire dal protagonista Lars, il quale viene raffigurato come un personaggio intriso di una certa cultura americana alla Easy Rider, passando, ovviamente, attraverso la strabiliante reazione psicologica dei prigionieri. Ma, se dal punto di vista dell’azione il film di Budreau – autore anche della sceneggiatura - regge, non altrettanto si può dire del lato psicologico della vicenda. Nella scena iniziale osserviamo Bianca ricordare la sua drammatica avventura, che ci verrà poi raccontata in un lungo flash-back che durerà per tutta la durata della pellicola e che si chiuderà nel finale: la donna, osservando la propria famiglia giocare spensierata su una spiaggia, andrà con la mente a quei momenti che la hanno profondamente turbata. Purtroppo Budreau non ha saputo evidenziare sufficientemente il profondo tormento psicologico dei personaggi, rinunciando ad affrontare la complessità del trauma accusato dai sequestrati, in quella che viene considerata una fra le sindromi psicologiche più complesse e inspiegabili. Per questo motivo, alla fine della visione, si esce dalla sala con una leggera sensazione di incompiutezza, pur avendo trascorso un’ora e mezza piacevole e divertente.


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