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Green Zone

07/04/2010 10:00

Emidio De Berardinis

Recensione Film,

Green Zone

Paul Greengrass costruisce un thriller sulle menzogne del governo americano

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Dopo Bush, sono sempre più numerose le pellicole ambientate in Iraq. La ferita della disfatta americana è ancora aperta, ma la ricerca della verità spinge gli americani a tornare sul conflitto per cercare una ragione. Così dopo Farenheit 9/11 di Michael Moore, Paul Greengrass costruisce un thriller sulle menzogne del governo americano, sugli interessi della Casa Bianca, utilizzando come fonte la consulenza di Raijv Chandrasekaran, coordinatore del team di reporter del “Washington Post” a Baghdad, il quale reportage è servito al regista per mediare la realtà della “missione” irachena.


2003. Baghdad è stata da poco presa dagli americani che hanno espugnato il palazzo della Repubblica, sede del governo provvisorio. Mentre gli alti funzionari dello stato sono occupati a mettere il proprio uomo a comando del paese, una squadra di ispettori militari sono in missione alla ricerca di armi di distruzioni di massa (ADM), nascoste in depositi seminati nel deserto iracheno. Le città sono in rivolta per la mancanza d'acqua, prede di saccheggi, ma il primo maresciallo Roy Miller (Matt Damon) e la sua squadra riescono sempre, rischiando la vita tra cecchini, esplosivi e imboscate, a raggiungere i depositi designati, trovandoli inesorabilmente vuoti. Preso dai dubbi e dallo sconforto, Miller inizia a fare luce sull'attendibilità delle fonti dell'Intelligence e l'incontro con un veterano della CIA (Brendan Gleeson), con una giornalista del Washington Post (Amy Ryan) e con un giovane iracheno (Khalid Abdalla), lo mettono sulle tracce del fantomatico “Magellano”, il confidente tenuto nascosto dalla DIA, l'unico in possesso della verità sull'esistenza delle ADM.


Con l'intento di costruire una storia, più che fare luce sulla verità, Paul Greengrass ci porta sul campo di guerra, descrive la prima fase dell'intervento americano, accennando alle torture, agli inganni, alla guerra tra reparti d'azione. Posiziona la sua telecamera dietro ai soldati, costruisce abilmente la tensione attraverso espedienti visivi, sonori e narrativi e riesce a tenere lo spettatore in apnea per l'intera durata della pellicola. Merito di un abile strategia di ripresa che alterna alle frenetiche scene d'azione (costituite da repentini stacchi di montaggio, cambi di punti di vista, telecamera a mano, messa a fuoco incerta, semisoggettive e poche sintetiche parole al posto di frasi memorabili) a brevi pianosequenza all'interno della Green Zone. Merito anche dell'uso di veri reduci che hanno aiutato gli attori ad avvicinarsi alla verosimiglianza delle operazioni militari, guidate da un energico Matt Damon. Da notare la presenza di un filmato autentico di Bush rivolto alle truppe. Se “il mondo ci osserva”, dunque, il governo deve trovare qualcosa da raccontare ai cittadini. Lo spettatore americano (e di tutto il mondo) osserva Green Zone e si trova immerso in un thriller ben costruito, pur sempre con le consuete ricorrenze di genere, ma che allude ad una dolorosa verità, lontana e ancora difficile da accettare.


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