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Achille e la tartaruga

21/04/2010 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Achille e la tartaruga

Di Achille e la tartaruga, ultimo capitolo della trilogia della distruzione di Takeshi Kitano, dopo esser stato presentato al Festival di Venezia nel 2008, ne

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Di Achille e la tartaruga, ultimo capitolo della trilogia della distruzione di Takeshi Kitano, dopo esser stato presentato al Festival di Venezia nel 2008, ne è stata annunciata diverse volte l'uscita nei cinema nostrani, poi sempre rinviata. Se Takeshis e Glory to the filmmaker! avevano fatto storcere il naso ai più accaniti fan del poliedrico attore e regista giapponese, le cui trame convulse erano più atte a sfogare le manie dell'autore che a proporre una pellicola dalla trama e senso compiuti, Achille e la tartaruga torna a mostrare tutto il talento del maestro in una pellicola più lineare nonostante le solite, eccessive e gustose stramberie, alle quali Beat Takeshi ci ha abituato.


Il film è introdotto dal concetto del paradosso di Achille e la tartaruga, esposto all'inizio con un breve episodio animato. Si sostiene che se Achille partisse un piede prima della bestiola, non potrebbe mai raggiungerla in quanto nel tempo trascorso per agguantarla, questa sarebbe già avanzata, e così all'infinito. A seguito di questo enunciato filosofico, conosciamo il protagonista della pellicola Machisu (in età adulta interpretato dallo stesso Kitano), che fin da piccolo trascorre un'infanzia difficile. Va ancora alle elementari quando il padre, in seguito al fallimento della sua azienda, si suicida insieme a una geisha. La madree, bella e giovane, ma incapace di mantenere il figlio, lo affida così agli zii, non entusiasti di dover mantenere una bocca in più. Machisu cresce con la passione per l'arte e la pittura, instillatagli fin dall'infanzia da un amico di famiglia, noto pittore. Divenuto adolescente, si iscrive a una scuola artistica, e conosce, nel luogo dove lavora, la bella Sachiko (interpretata da Kumiko Aso, e, col trascorrere degli anni, da Kanako Higughi), che diventerà sua moglie. Machisu continua a cercare di sfondare con i suoi quadri, ma il critico cui li propone (figlio del pittore conosciuto nell'infanzia) trova sempre delle imperfezioni e delle evidenti emulazioni che inficiano tutti gli sforzi profusi. Raggiunta l'età adulta, con tanto di figlia a carico (costretta a prostituirsi per la mancanza di denaro dei genitori), Machisu e Sachiko tentano ancora di creare l'opera perfetta, coi metodi più improbabili, dal calpestare le tele fino a ritrarre "modelli involontari" appena reduci da spaventosi incidenti. L'arte è una vera ossessione per Machisu, che non si ferma neanche di fronte alle più grandi tragedie, pur di dipingere il quadro perfetto.


Takeshi Kitano (il cui prossimo Outrage sarà presentato in concorso al Festival di Cannes) è tornato a livelli di eccellenza, riempendo il film di tutti i punti cardine del suo cinema. Nonostante alcuni passaggi possano apparire macabri, il tutto è condito da una graffiante ironia nera che aleggia sulla storia e sui personaggi sin dalle prime sequenze. La storia di un artista, non sempre compreso, che sembra ricollegarsi alla carriera personale dell'autore, da sempre fuori dagli schemi sia in ambito cinematografico che televisivo (ricordiamo che dobbiamo a lui il programma Mai dire Banzai, il cui titolo originale era proprio Takeshi's Castle). La morbosa ossessione di un pittore diventa così non solo l'instabile percorso di un'esistenza, ma un'attenta e cinica disanima sull'espressione dell'uomo e su come questa possa avere luogo se liberata totalmente e ciecamente dall'individuo. Machisu è volutamente astratto, stralunato, di poche parole (ma questo è un classico dei protagonisti di Kitano), il cui apparentemente insensibile carattere (dovuto anche a un'infanzia problematica) è in realtà il mezzo per rispondere al quesito su cosa sia la vera arte, e su come il gusto oggettivo venga trasmutato in regole e codici da buona parte della critica. Achille e la tartaruga è un film potente, dannatamente comico nella sua velata drammaticità, espressionista nel suo apparente immobilismo, fatto di colori e luci, di idee geniali nella loro follia. Si ride e si sorride, si riflette sul valore intrinseco e del tutto personale dell'arte. Interpretato divinamente da tutto il cast, la parte del leone è sicuramente quella di Kitano, la cui figura interpretata sembra collidere con l'uomo dietro la macchina da presa, in una ricerca continua della perfezione, sia nella finzione che nella realtà. E se questa forse, è irraggiungibile per chiunque, è sempre un piacere osservare come il Maestro giapponese molto spesso ci si avvicini. E questo è il caso.



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