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Imago Mortis

24/04/2010 10:00

Leone Auciello

Recensione Film,

Imago Mortis

Sgorga incessante la fonte delle ossessioni, un perpetuo fluire di fobie, che bagna la fragile esistenza umana...

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Sgorga incessante la fonte delle ossessioni, un perpetuo fluire di fobie, che bagna la fragile esistenza umana. In questo scorrere senza fine di deliranti realtà, emerge una delle paure più strazianti: la morte. Spesso l’uomo ne è rimasto affascinato, tentando di catturarne un’immagine, racchiudendola in un mondo capace di imprigionarne per sempre la macabra essenza. Pittori, fotografi hanno spesso cercato l’istante in cui una vita si spegne, attratti dall’istante dell’addio, folgorati in un’assurda ricerca. Il mondo di Bessoni si anima degli incubi e delle paranoie instabili della mente, mescolando il tutto sotto un’ombra dal gotico aspetto.


Nel 1600 Girolamo Fumagalli inventa la thanatografia, lugubre antenata della fotografia, secondo cui rimuovendo i bulbi oculari di una persona appena uccisa è possibile riprodurre su supporto sensibile l’ultima immagine fissata sulla retina. La scoperta ne divorò l’animo e per sperimentare la nuova tecnica, Fumagalli divenne l’autore di una serie di efferati delitti che lo portarono alla condanna a morte. Secoli dopo, nella prestigiosa scuola di cinematografia F.W. Murnau, un giovane studente, Bruno (Alberto Amarilla), aspirante regista, diviso tra lezioni mattutine e turni di notte come custode nell’archivio della scuola, comincerà a percepire in uno stato alterato di veglia, un’altra realtà, distorta e terrificante, fatta di visioni e immagini sovrannaturali. Con l’aiuto di Arianna (Oona Chaplin), Bruno cercherà di ricomporre i frammenti di un intricato rompicapo che lo porterà a scoprire aberranti verità riguardanti il vecchio istituto e gli ambigui personaggi che lo popolavano, alla ricerca di una verità sospesa tra presente e passato.


Dopo anni di buio, si rianima in Italia un genere ormai ricoperto dalla polvere di anni di inattività. Bessoni ripristina una sfaccettatura gotica dell’horror, che trovava grande vitalità negli anni cinquanta e sessanta con le indimenticabili opere di Riccardo Freda e Mario Bava. Il ritorno ad un passato glorioso si mescola con le trovate sceniche delle recenti pellicole iberiche. Nelle ambientazioni in stile “prima metà del novecento” e nelle atmosfere si riscontra l’influsso della nuova ondata gothic spagnola, i cui esponenti (Del Toro, Bayona e Amenabar) sono stati continua fonte d’ispirazione per il regista italiano. Punto forte del film risulta essere proprio la realizzazione estetica dell’opera, che raffigura al meglio i connotati da favola nera, immersa in un mondo al di là del tempo e dello spazio. Incuriosisce il fatto che la trama si dipani senza alcun riferimento a luoghi o momenti storici, eliminando ogni riferimento materiale. Il lato negativo dell’opera può essere individuato nella struttura narrativa, satura di citazioni e rimandi, ma povera dal punto di vista contenutistico, rivelandosi a tratti ripetitiva e poco incisiva. Una probabile scusante di questo script confusionario è la continua riscrittura della sceneggiatura, elaborata in più di trenta soggetti, che hanno visto coinvolti anche Luis Berdejo, sceneggiatore di Rec• e Richard Stanley, regista di Hardware. Tra espressionismo e ghost story, l’ossessione si tinge di nero: il cinema banchetta sotto una luna dalle gotiche sembianze.


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