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La regina dei castelli di carta

07/05/2010 10:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

La regina dei castelli di carta

Arriva, a tempo di record, sull’onda del successo dei due precedenti capitoli, la terza e conclusiva parte della saga Millennium...

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Arriva, a tempo di record, sull’onda del successo dei due precedenti capitoli, la terza e conclusiva parte della saga Millennium. La regina dei castelli di carta fa finalmente calare il sipario sulla trasposizione cinematografica della fortunatissima trilogia scritta da Stieg Larsson, che ha fatto di Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist) e soprattutto della magrissima e atletica Lisbeth Salander (Noomi Rapace) due personaggi conosciuti in tutto al mondo.


Il film inizia esattamente nello stesso punto in cui finiva il suo predecessore, con Lisbeth e suo padre Zalachenko portati in ospedale gravemente feriti e il fratellastro albino di Lisbeth che riesce a darsi alla fuga. I vecchi componenti dei servizi segreti svedesi che avevano coperto le malefatte di Zalashenko e venduto la libertà di Lisbeth in cambio di preziose informazioni, cercano di metterli entrambi a tacere riuscendovi solo parzialmente. Mikael, con l’aiuto dell’ala “sana” della SAPO svedese e della sorella avvocato Annika Giannini (Annika Hallin), riuscirà a fare piena luce sulla sconvolgente storia di Lisbeth e sul complotto ordito ai suoi danni per screditarla con l’aiuto della perizia psichiatrica del prezzolato dottor Teleborian.


Molto meno fisico di Uomini che odiano le donne e de La ragazza che giocava con il fuoco, l'ultimo arrivato della saga si concentra maggiormente sul dramma del passato di Lisbeth e sugli aspetti processuali della vicenda, creando un enorme puzzle che mantiene vivo l’interesse dello spettatore fino all’inserimento dell’ultimo, decisivo, tassello. L’assenza di particolare azione è dovuta principalmente al ruolo da “retrovie” di Lisbeth, prima bloccata su un letto d’ospedale e poi costretta in cella in attesa di un processo al quale si presenta con un look punk di notevole impatto. È solo nel finale che tira fuori la sua solita carica aggressiva, in un duello conclusivo al cardiopalma. Il film, nuovamente diretto da Daniel Alfredson, già regista de La ragazza che giocava con il fuoco, nonostante i ritmi piuttosto lenti e la lunghezza sicuramente notevole, risulta sempre interessante e si fa seguire senza momenti di stanca, grazie alla forza di una storia avvincente e intricata senza inutili orpelli. Sempre ottima la prova degli attori, in particolare della Rapace che ha dato nel corso del tempo alla sua Lisbeth un’immagine e uno spessore che lasciano il segno. Chi ha apprezzato i due ottimi lavori precedenti, non può lasciarsi sfuggire il finale della storia.



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