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Il tempo che ci rimane

03/06/2010 11:00

Angelica Tosoni

Recensione Film,

Il tempo che ci rimane

Quale è il tempo che ci rimane? Quale è il tempo già trascorso? Ricordi personali, intimi e familiari si riversano in memorie storiche e viceversa...

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Quale è il tempo che ci rimane? Quale è il tempo già trascorso? Ricordi personali, intimi e familiari si riversano in memorie storiche e viceversa. Israele e territori palestinesi, un conflitto quanto mai attuale, anche in questi giorni tristi in cui pare che non ci siano soluzioni pacifiche e non ci sia la volontà di riconoscere errori e responsabilità. Il film narra in quattro episodi la vita della famiglia Suleiman dal 1948 (anno in cui il padre del regista si unì alla resistenza palestinese) all’epoca contemporanea, ricostruendo la quotidianità degli arabi israeliani, costretti a vivere da stranieri in patria.


Elia Suleiman, universalmente noto per Intervento divino vincitore a Cannes nel 2002 del premio della giuria, torna sul grande schermo con una pellicola personalissima in cui reale e surreale si intrecciano, offrendo uno sguardo d’autore sulle vicende di un popolo e di un nucleo famigliare. La propria storia è anche quella della politica palestinese, dell’occupazione da parte di Israele dei territori che tuttora rappresentano una questione irrisolta e con cui la comunità internazionale deve fare i conti. Va detto che il film di Elia Suleiman nelle vesti di regista, sceneggiatore, produttore ed attore impiega una scelta stilistica tipica della comicità astratta: la ripetizione. Durante l’intero corso del film, si assiste al replicarsi delle medesime situazioni e delle medesime battute, l’effetto è straniante e poetico al tempo stesso. Alla ricerca del tempo perduto, Suleiman torna su luoghi, cose, voci, piazze, suoni e dialoghi. Il tempo trascorre anche in quel ripetersi sempre uguale e sempre differente ed è negli interstizi di quelle reiterazioni che la Storia si compie. Il tempo che ci rimane non è un film storico nel senso cronachistico del termine, ma lo è nell’essenza; lo è perché la Storia si capillarizza nella vita dei singoli. Il regista compie una scelta emotiva amplificata in una sorta di distacco che non è freddezza, ma silenzio partecipativo. La narrazione non segue le vicissitudini della famiglia Suleiman come fatti oggettivi e basta, ma li apre alle valenze affettive e simboliche del ricordo e dell’immaginazione. Il cineasta non può che rifiutare la narrazione omniscente, poiché la verità è nelle modalità di ripresa. È in quel lasciare parlare le cose che la pellicola conquista la sua oggettività.


Il film di Suleiman non è a tesi, non si popone di dimostrare e nemmeno di convincere. Il dolore e la sofferenza non sono raccontati o esibiti, sono intuiti, definiti nei dettagli, impliciti nei visi sralunati; sono presenti dall’inizio alla fine senza essere urlati. Spesso l’ironia tragica accompagna un fotogramma e così accade che lo schermo sia occupato da un carro armato che pedina una conversazione al cellulare di un ragazzo uguale agli altri che però vive nei territori occupati e per questo non è libero nemmeno di telefonare, senza essere seguito. La circolarità, la ripetizione, la scansione semiautobiografica degli episodi, l’immaginario, grazie a tutto questo Suleiman dà vita ad un film geometrico ed affettivo in cui i ricordi del padre e quelli vissuti o immaginati del regista divengono lo specchio della storia palestinese.



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