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Lavagne

03/06/2010 11:00

Silvia Badon

Recensione Film,

Lavagne

Come si riconoscono due maestri, senza scuola, che viaggiano da un villaggio all’altro tra le montagne dell’Iran? Cosa stanno cercando nei loro spostamenti? Li

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Come si riconoscono due maestri, senza scuola, che viaggiano da un villaggio all’altro tra le montagne dell’Iran? Cosa stanno cercando nei loro spostamenti? Li coprono grandi lavagne nere che, caricate sulle spalle, sembrano schiacciarli, troppo grandi per la loro schiena ossuta. Questi maestri sono figure particolari, quasi bizzarre, svelte ad arrampicarsi lungo i sentieri ripidi dei villaggi iraniani al confine iracheno, non solo alla ricerca, ma addirittura “all’inseguimento” dei bambini del posto per farne nuovi allievi. I bambini sono spesso analfabeti ma già lavoratori, fanno i facchini trasportando merci come animali da soma, cercano di guadagnare qualcosa per le famiglie e non hanno tempo di andare a scuola. Ecco che i maestri, agili, sono pronti a seguirli, senza avere alcuna ricompensa, mettendosi sui loro passi e cercando di catturare la loro intenzione davanti alla lavagna, nei rari momenti di riposo della carovana.


L’opera cerca di raccontare la condizione di queste figure attraverso le vicende di due uomini: Said (Said Mohamadi) si unisce ad un gruppo di curdi che, dopo il bombardamento del loro villaggio, si spostano alla ricerca di una nuova locazione; l’uomo si propone come maestro della piccola comunità itinerante, ma, per farsi accogliere, deve sposare una giovane donna, Halaleh (Behnaz Jafari), rimasta vedova con un figlio. Reeboir (Bahman Ghobadi), alla ricerca di un villaggio dove insegnare, incontra un gruppo di ragazzini che contrabbanda merci illegali attraverso il confine iracheno; corre, si nasconde con loro, e nei momenti di riposo insegna a leggere qualche parola.


Le strade dei due protagonisti si dividono presto, ma la lavagna diventa l’elemento simbolico che li identifica: strumento didattico, scudo di protezione dai proiettili della guardia di confine, dote matrimoniale, schermo mimetico. L’autrice sceglie uno stile di regia rude ma veritiero, naturalistico, girando la maggior parte delle scene con macchina a mano, incollandosi ai suoi protagonisti e portando lo spettatore direttamente nella storia. L’ambientazione è petrosa, di un giallo sfavillante e polveroso nei sentieri dove si muovono i personaggi. La semplicità e l’asperità del paesaggio si rispecchiano anche nelle vite della gente comune come Said e Reeboir che, mimetizzandosi sotto le loro lavagne per sfuggire ai controlli di confine, diventano tutt’uno con la terra a cui appartengono.


Solo ventenne al suo secondo film, Samira Makhmalbaf, ha avuto una formazione particolare. Figlia del regista Mohsen Makhmalbaf, a 8 anni entrò in contatto con il mondo del cinema, recitando sul set di un film del padre (Bicycleran); a 15 lasciò la scuola e decise di imparare la regia, direttamente sul campo, lavorando come assistente nelle produzioni paterne della Makhmalbaf Film House. Realizzò il suo primo lungometraggio a soli 17 anni, La mela, su una sceneggiatura del padre, risultando la più giovane regista in concorso a Cannes. L’anno successivo (2000), Samira tornò a Cannes con Lavagne, girato nel Kurdistan iraniano, e vinse il premio della giuria. Dopo il coinvolgimento nel lavoro collettivo 11’09’’01, i suoi ultimi film sono stati girati in Afganistan.



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