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Rambo

13/06/2010 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Rambo

La nascita di un mito...

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La nascita di un mito. A sei anni di distanza dall'aver indossato i panni di Rocky, Sylvester Stallone si cala in un altro personaggio destinato a diventare un classico della cinematografia mondiale. È il 1982, e John Rambo fa la sua prima apparizione sui grandi schermi in First Blood, diretto da Ted Kotcheff, attivo dagli anni '60 e conosciuto soprattutto per Non rubare... se non è strettamente necessario e Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi d'Europa. Tratto dall'omonimo romanzo di culto di David Morrell, Rambo racconta una storia dall'intenso impatto drammatico, assai attuale in quel periodo in America per il tema narrato, all'interno di un contesto d'azione avvincente. Assai diverso dai successivi capitoli della serie, l'originale mostra il disagio e le discriminazioni cui erano sottoposti i soldati reduci dal Vietnam.


John J. Rambo (Sylvester Stallone), reduce dal Vietnam con medaglia d'onore, vaga per l'America cercando un lavoro. Quando arriva ad Hope, una piccola cittadina, si imbatte nello sceriffo locale Will Teasle (Brian Dennehy), che non ha molta simpatia per i vagabondi e ancor meno per gli ex-combattenti. Questi, con la scusa di dargli un passaggio, lo porta fuori città intimandogli di non farsi mai più vedere. Rambo non ascolta però il “consiglio”, e viene così ingiustamente arrestato per resistenza a pubblico ufficiale. Mentre viene schedato, Rambo subisce ogni sorta di umiliazione e violenze da parte degli agenti, e questo fa riesplodere in lui il trauma della guerra. Sopraffacendo quattro guardie, riesce ad evadere a bordo di una motocicletta, scatenando un'immediata e feroce caccia all'uomo organizzata dallo sceriffo. Rambo si ritrova così in una sorta di guerriglia all'interno tra le boscaglie della periferia, e comincia rapidamente a decimare le fila degli inseguitori. Viene così contattato l'esercito, e arriva in città il Colonnello Samuel Trautman (Richard Crenna), amico e comandante in guerra proprio di Rambo.


Un uomo contro tutti, un gioco del gatto con il topo che esula dalle tematiche narrative classiche del filone action per addentrarsi nel dramma sociale. Di come l'America abbia "trattato" i reduci del Vietnam, prima mandati dal governo come carne da macello in una sporca guerra e poi umiliati ed emarginati alla stregua di mostri assassini, è noto a tutti (e a tal caso come dimenticare l'intenso Nato il 4 luglio di Oliver Stone). Non era semplice realizzare però un'avventura bellica in un'ambientazione semi-urbana, impresa che a Kotcheff (autore, prima e dopo, non certo eccelso) è riuscita con apparente semplicità, senza eccessive ambizioni autoriali ma con una carica appassionata che traspare da ogni fotogramma. I preconcetti, le ipocrisie spesso radicate nei piccoli paesini degli Stati Uniti, emergono qui nella loro insensatezza, soprattutto nei gesti e nelle parole dello sceriffo (un bravo Brian Dennehy), incapace di comprendere il diverso e pronto a sacrificare qualsiasi cosa pur di porre fine all'esistenza di un nemico prettamente ideologico. Non manca naturalmente una buona dose di esagerazione, sulla missione apparentemente impossibile di un uomo costretto ad affossare forze ingenti e meglio equipaggiate, ma su questo le pellicole di guerra e gli action movie classici poggiano buona parte delle loro fondamenta. Una menzione speciale è senza dubbio per l'interpretazione di Stallone, fisica ma non scevra di interessanti tocchi introspettivi, nonostante una voluta asciuttezza di dialoghi e il confronto per buona parte del film con la solitudine e l'attesa della prossima sortita avversaria. Senza tirar fuori parole spesso abusate come capolavoro o classico, Rambo si fregia tranquillamente del titolo di culto per più di una generazione, lasciando indelebilmente il segno nella cinematografia moderna.



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