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Danny the dog

22/06/2010 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Danny the dog

Luc Besson ha sempre avuto un sogno: quello di creare nella sua amata Francia una Hollywood europea in cui si mischiassero film d'autore, pellicole fracassone c

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Luc Besson ha sempre avuto un sogno: quello di creare nella sua amata Francia una Hollywood europea in cui si mischiassero film d'autore, pellicole fracassone che fanno il verso al cinema d'Hong Kong e blockbuster infarciti di effetti speciali in puro stile USA. Da questo progetto sono nati ottimi film che possono essere catalogati come veri e propri cocktail di generi: Léon e Nikita, diretti dallo stesso Besson, o le saghe di Transporter e Taxxi, da lui scritte e prodotte. Pellicole altalenanti, forse non sempre riuscite, ma che comunque sono nate sotto i migliori propositi. Tra i prodotti più interessanti sfornati da questa factory c'è senz'altro Danny the dog. Luc Besson scrive e produce, mentre la regia è affidata al pupillo Louis Letterier (ha esordito dietro la macchina da presa con Transporter ed è arrivato nella vera Hollywood con Scontro tra Titani) che qui fa un ottimo lavoro, coordinando con sapienza il cast tecnico e artistico. La storia parte da un presupposto abbastanza surreale, ma se si accetta il macguffin, tutto scorre liscio per due ore di piacevole intrattenimento.


Danny (Jet Li, che qui dà prova anche di saper recitare oltre che picchiare duro) sin da bambino viene allevato e addestrato come un cane da combattimento da uno spietato boss malavitoso, lo “zio” Bart (interpretato da un eccessivo Bob Hoskins). Lo scopo? Convincere chi non vuole pagare a saldare i propri debiti. “Se paghi, bene: il collare resta chiuso; se non paghi, male: il collare viene tolto.” E se viene tolto, Danny scatterà come un cane da combattimento. Cresciuto in un mondo di violenza, ritrovatosi solo e spaesato dopo un incidente, Danny imparerà cosa sono i sentimenti attraverso gli insegnamenti di Sam, un vecchio cieco che per guadagnarsi da vivere fa l’accordatore di pianoforti (interpretato da un Morgan Freeman che, nonostante riflessioni talvolta melliflue, riesce comunque a essere toccante) e la sua figliastra Victoria (Kerry Condon).


Besson e Letterier innestano scene di combattimento a suon di arti marziali in una sottotrama pulp, alternandola a sequenze che quasi sembrano tratte da film d'autore a base di melodramma sentimentale. Ottimo il lavoro di fotografia, che immortala una Glasgow glaciale e uggiosa, e che crea una poetica contrapposizione tra le due fasi della vita di Danny, evidenziandole con un cambio netto di registro cromatico: la sua vita “da cane” è caratterizzata da immagini fredde, sbiadite e quasi prive di colore, accompagnate dalle note aspre dei Massive Attack, mentre il suo lento ritorno all'umanità è narrato attraverso atmosfere calde e rassicuranti, sottolineate da struggenti partiture di pianoforte. Forse non sarà un capolavoro, ma Danny the dog è di sicuro superiore alla media di prodotti del genere e riesce ad accontentare un po' tutti i palati, alternando sequenze di combattimento (splendidamente coreografate e che riescono a evitare i soliti cliché di rallenty o montaggi da videoclip) all'overture d'emozioni e situazioni più o meno comiche. Il buonismo di cui viene infarcito il finale sbaglia il tiro, ma nel complesso resta un film che riesce nel proprio intento: intrattenere.



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