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Nightmare 6 - La fine

06/08/2010 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film, Film Horror, nightmare,

Nightmare 6 - La fine

Prima o poi arriva un momento in cui si deve accantonare il proprio orgoglio, fare un passo indietro e ammettere di aver sbagliato...

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Prima o poi arriva un momento in cui si deve accantonare il proprio orgoglio, fare un passo indietro e ammettere di aver sbagliato. Per la New Line Cinema questo momento giunse nel 1989, a seguito dei deludenti incassi del quinto capitolo della saga di Nightmare che fecero intendere a Robert Shaye e soci che il caro Freddy non aveva più nulla da offrire al pubblico tranne, forse, un ultimo colpo di coda che avrebbe per sempre scritto l’epitaffio sulla tomba dell’orco di Elm Street. Fu così che venne messo in cantiere Nightmare 6 – La fine, italianizzazione del ben più efficace Freddy’s dead: The final nightmare. La delicata operazione venne affidata a Rachel Talalay, debuttante dietro la macchina da presa ma profonda conoscitrice della saga dal momento che fu amministratore di produzione dei primi due episodi e produttrice dei capitoli 3 e 4. Dal canto suo la New Line decise di fare le cose in grande, imponendo che gli ultimi venti minuti del film fossero girati in 3D. Lo script venne affidato a Michael DeLuca (già autore della serie tv Freddy’s Nightmares) che sviluppò la sceneggiatura da un soggetto della stessa Talalay, troncando la continuity con i precedenti capitoli e introducendo personaggi del tutto nuovi.


John (Shon Greenblatt), un adolescente privo di memoria, viene affidato alle cure della dottoressa Maggie Burroughs (Lisa Zane) presso un centro di recupero di ragazzi disadattati. Insieme decidono di tornare nella città natale di John, Springwood, per cercare di capire chi sia questo ragazzo, ma al loro arrivo troveranno qualcuno ad attenderli nei propri sogni.


Diciamocelo, Nightmare 6 – La fine non è il migliore degli epitaffi, ma ha in serbo per i fans parecchie interessanti sorprese. Prima di tutto riporta il prodotto vicino all’idea originale di Craven, ridimensionando l’aspetto onirico, rinunciando alle architetture elaborate e barocche che avevano caratterizzato i capitoli 4 e 5 e trasformando la realtà (la Springwood deserta, privata di ragazzi e adolescenti) in un luogo in bilico sul baratro dell’irreale. Svariati gli ammiccamenti a Twin Peaks, che proprio all’inizio degli anni ’90 suscitò grande entusiasmo tra critica e pubblico. Per stessa ammissione degli autori (nonché dei protagonisti del film) molti dei personaggi marginali furono modellati su ispirazione dei personaggi del serial di Lynch. Poi ci sono i numerosi e illustri camei di cui la pellicola è imbastita: da Johnny Depp che promuove una campagna antidroga prima di ricevere una padellata in faccia, a Roseanne Barr (She Devil, 1989) e Tom Arnold (True Lies, 1994) nei panni di una coppia strampalata, passando per l’immancabile produttore Robert Shaye che qui interpreta il venditore di biglietti dell’autobus. Ma la menzione d’onore va ad Alice Cooper, perfetto padre molesto di un giovane Freddy. Ed è proprio questo il lato più innovativo di Nightmare 6 – La fine, riuscire a sviscerare il personaggio di Krueger, esplorandone il lato umano attraverso un viaggio che ripercorre le tappe cruciali della sua vita: un’infanzia e un’adolescenza difficili prima, una vita da adulto che ha risentito dei traumi infantili poi. La storia non giustifica il molestatore e serial killer di Springwood, ma ha il pregio di mostrarcelo sotto una luce diversa, completando il quadro iniziato dal Craven nel 1984 e portato avanti ne I guerrieri del sogno.


Un film riservato ai fan che, seppur divertendo, conserva in sé anche un’agrodolce nota di nostalgia: impossibile non sorridere amaramente quando, alla fine dei titoli di coda che ripercorrono i momenti più memorabili della saga, compare un Freddy Krueger a tutto schermo con tanto di scritta R.I.P., segno inequivocabile del tramonto di un mito.



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