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Squadra mobile 61

19/08/2010 11:00

Luca Lombardini

Recensione Film,

Squadra mobile 61

Costretto a dare le dimissioni a causa di metodi poco ortodossi, un ex poliziotto viene ingaggiato come guardia del corpo da un giovane industriale per protegge

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Costretto a dare le dimissioni a causa di metodi poco ortodossi, un ex poliziotto viene ingaggiato come guardia del corpo da un giovane industriale per proteggere la ricca e anziana zia. L’incarico lo porterà a scoprire un traffico illegale condotto all’interno dell’azienda di famiglia.


Asciutto e concentrato, l’esordio noir di Richard Fleischer coniuga in appena 62 minuti tutte le qualità che ogni detective story dovrebbe possedere: ritmo serrato, pochi fronzoli e idee chiare. Qualità messe al servizio di un plot dall’evidente ma mai smaccato retrogusto chandleriano: impreziosito da dialoghi graffianti, cuciti su misura per un protagonista capace di posizionarsi a metà tra Sam Spade e una versione di Mike Hammer meno donnaiolo e spudorato, ma non per questo ugualmente in gamba e hard boiled al punto giusto. Spesso e inspiegabilmente considerato un prodotto minore all’interno della sterminata filmografia fleischeriana, Bodyguard (questo il titolo originale, decisamente più calzante rispetto alla fantasiosa e per nulla attinente “traduzione” italiana) rappresenta una preziosa gemma da custodire con cura nell’infinito universo dei detective privati; abbastanza originale da battere, ben presto, ben altre strade rispetto a quella, prevedibile, dell’ex poliziotto ingaggiato dalla ricca signora per proteggere la sua incolumità ormai a rischio. La Moneta Insanguinata di John Brahm, così come Il Grande Sonno di Howard Hawks, restano essenzialmente degli spunti di partenza. Trampolini narrativi citati appena in apertura di racconto e utilizzati da Fleischer per sfruttare al meglio le possibilità “balistiche” riconducibili allo sperimentale uso della macchina da presa (il proiettile che si infrange nello specchio e la successiva spiegazione del perché il sicario ha fallito il bersaglio, ingannato dall’immagine riflessa) e le potenzialità visionarie insite nell’obiettivo (il primo, suggestivo fermo immagine al momento dell’ingresso nello studio oculistico). Non è da meno il montaggio che, quando accelera la velocità dei fotogrammi, strappa applausi per intuizione e anticipo sui tempi (il corpo a corpo finale, pressoché pulp, consumato nel deposito di carne).


Film praticamente fondamentale, perché primo evidente esempio di quel meticoloso lavoro sull’immagine che caratterizzerà l’intero percorso creativo di Fleischer: qui già abile nel costruire un punto di vista interno alla sequenza che, unito alla suggestiva fotografia d’epoca, accentua con successo la tensione di ogni singola scena. Chiosa finale sull’empatica performance offerta da Lawrence Tierney e Priscilla Lane: colleghi, compagni e addirittura fuggiaschi, coppia mirabilmente ben assortita, in un crescendo di suspense e humour dai picchi prossimi alla perfezione.



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