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Step up

26/09/2010 10:00

Tania Marrazzo

Recensione Film, film-commedia, step-up,

Step up

Tyler Gage (Channing Tatum) è il classico ragazzo disadattato cresciuto da genitori adottivi che passa le sue giornate compiendo malefatte per le periferie di B

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Tyler Gage (Channing Tatum) è il classico ragazzo disadattato cresciuto da genitori adottivi che passa le sue giornate compiendo malefatte per le periferie di Baltimora. Un giorno per divertimento fa irruzione insieme ai suoi amici nella Maryland School of the Arts dove viene però arrestato dalla polizia e condannato a duecento ore di servizi sociali presso la stessa. Mentre spazza pavimenti e pulisce vetri la sua attenzione viene catturata da Nora (Jenna Dewan), una ballerina di talento alla ricerca di un nuovo partner per il suo saggio di fine anno che non tarda a notare le doti naturali di Tyler. I due, provenienti da due realtà completamente diverse, si incontrano e si scontrano, fino ad entrare in sintonia attraverso il ballo grazie al quale cambieranno, cresceranno e troveranno la loro strada.


Ennesimo film sentimentale che parla di danza. O anche il contrario. A partire dagli anni Ottanta il cinema americano, e non solo, è stato letteralmente invaso da pellicole appartenenti al genere: formule sperimentate in classici come Flashdance, Footloose, Grease e Dirty Dancing vengono periodicamente ripetute e riprese in tutte le varianti possibili ma con scarso successo di critica e un po’ più di benevolenza da parte del pubblico. Ed è proprio questo il caso di Step up, film del 2006 che vede per la prima volta dietro la macchina da presa la coreografa e regista Anne Fletcher, e che non porta nulla di nuovo né affascinante dal punto di vista tecnico, elemento sul quale si è soliti puntare per esaltare un prodotto qualitativamente mediocre. Seppure la storia d’amore fra Tyler e Nora risulti godibile soprattutto agli animi più romantici, la prevedibilità della trama insieme alla genericità dei personaggi e ad una regia per nulla accattivante rendono il film piatto e senza spessore, che a tratti sfocia perfino nell’utopia. Pensare a dei ragazzacci di quartieri malfamati (Tyler & co.) che parlano correttamente, fanno sport e sono perfino più bravi a ballare di coloro che studiano e praticano duramente la disciplina in una scuola da diversi anni, è quanto meno azzardato.


Step up parla delle difficoltà della vita, cerca di dire che la passione e la determinazione possono tutto, lo fa però con scarsa fantasia e poca concretezza. Non bastano la musica e le performance in street style, o meglio, non sono efficaci nella modalità in cui vengono presentate. In poche parole, si parla tanto di passione, ma è la cosa di cui si avverte più la mancanza.


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