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Gorbaciof - Il cassiere col vizio del gioco

29/09/2010 11:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Gorbaciof - Il cassiere col vizio del gioco

Presentato fuori concorso al Festival di Venezia, Gorbaciof - Il cassiere col vizio del gioco è una curiosa divagazione del cinema italiano in territori battuti

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Presentato fuori concorso al Festival di Venezia, Gorbaciof - Il cassiere col vizio del gioco è una curiosa divagazione del cinema italiano in territori battuti solitamente più dalle produzioni orientali, europee ma soprattutto asiatiche. La sceneggiatura firmata a quattro mani dal regista Stefano Incerti e Diego De Silva riduce al minimo i dialoghi e punta sulla forza delle immagini, sulla psicologia dei personaggi e sulla “maschera” da fuoriclasse di Toni Servillo, su cui si impernia la pellicola.


L’attore di Afragola veste i panni di Marino Pacileo, un cassiere del carcere di Napoli, detto Gorbaciof per via di una vistosa voglia sulla fronte, simile a quella dell’ex Presidente dell’URSS. Smorfia alla Robert De Niro e camminata alla Tony Manero (quello di Pablo Larraín, beninteso), Gorbaciof si aggira per la città con la sicurezza di un avvoltoio che sa sempre come colpire, tenendosi a galla rubacchiando dalla cassaforte del carcere quanto basta per garantirsi una partita a poker nel retrobottega del ristorante cinese di zona dove lavora Lila (Mi Yang), la figlia del proprietario di cui è segretamente innamorato. Quando i debiti di gioco del padre di Lila iniziano a farsi sempre più pesanti, Gorbaciof decide di portarla via e, quando i furti non bastano più, è infilato da un poliziotto corrotto in una spirale criminale che lo stritola senza pietà fino a condurlo a un finale tarantiniano.


Alla descrizione sociologica di una zona di confine di Napoli, Incerti preferisce un approfondimento lirico di questo squalo metropolitano, capace di qualsiasi tipo di bassezza e violenza, ma in grado di costruire un amore fatto solo di silenzi, sguardi e sorrisi. Se la trama, pur molto semplice, ogni tanto si fa un po’ fumosa e irreale, il punto di forza del film è sicuramente nell’interpretazione di Toni Servillo, estremamente teatrale, aiutata da una regia molto lineare ed asciutta, priva di virtuosismi e voli pindarici. Un lavoro sicuramente interessante, anche solo per poter apprezzare un’opera che si discosta decisamente dai canoni cinematografici italiani.



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