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Riff Raff

11/10/2010 11:00

Luca Mogini

Recensione Film,

Riff Raff

1990, Inghilterra...

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1990, Inghilterra. Margaret Tatcher sta terminando il terzo mandato da Primo Ministro. I sindacati sono ormai allo sbando dopo il fallimento degli scioperi del 1984. È questo il periodo storico sul cui sfondo si muovono i protagonisti di Riff Raff, lavoratori edili di quella classe quasi proletaria a cui le politiche anti sindacato hanno tolto il diritto di lavorare in sicurezza, i sussidi e a esistere dignitosamente. Il film, sceneggiato da Bill Jesse, ha vinto l'European Film Award del 1991 e il Premio critica Internazionale al Festival di Cannes e deve il titolo al modo di dire francese "le rif et le raf" che indica tutto il popolo.


Steve (Robert Carlyle) arriva a Londra da Edinburgo, dopo una parentesi in carcere per furto. Trova lavoro in un cantiere edile dove subito stringe una fraterna amicizia con i propri colleghi, che lo salvano addirittura dalla strada trovandogli casa. Le condizioni lavorative e di sicurezza sono pressoché inesistenti e tra gli operai sono in pochi a parlare di riforme e rappresentanza sindacale dopo un decennio di diritti calpestati. Steve conosce Susan (Emer MacCourt), aspirante cantante, che entra da subito nella sua vita, con tutti i problemi che un rapporto importante comporta. Il film segue la vita quotidiana di Steve e compagni, tra precarietà e insignificanti successi, mostrando il lato oscuro della ripresa economica degli anni ’90 e mostrandone il costo umano fino alle estreme conseguenze.


Loach mette in scena una Londra che non può non ricordare Verga: i perdenti sociali rimangono tali, agli ultimi gradini della scala economica, senza alcuna possibilità di riscatto. La critica allo stato si rende chiara mentre la macchina da presa mostra esseri umani doppiamente lesi tanto nella mancanza dei diritti fondamentali come la casa e la sicurezza sul lavoro, quanto nella costrizione a dover accettare lo status quo, si tratti della mancanza assoluta degli spazi di confronto rappresentati dai sindacati o della necessità di dover accettare un sussidio/elemosina da parte dello stesso sistema di welfare sempre tragicamente assente. La vita è quella che è: scorre tra una battuta e una litigata, tra piccoli e grandi drammi umani inseriti in un profondo squallore morale ed esistenziale. Chi chiede riforme e sicurezza viene allontanato senza clamore da un posto di lavoro in mano a padroni senza scrupoli, incolpevoli nella loro malvagità perché esiste un potere più grande che lo permette. La grandezza di Loach e di Jesse sta proprio nel riuscire a non fare un dramma del dramma: a spaventare sono la normalità e la rassegnazione, più dell’occasionale scatto di rabbia.


Riff Raff è un film forte e crudo: Loach persegue la scuola di pensiero che punta a far sì che lo spettatore si rifletta e si rapporti con i protagonisti, ma il successo completo è ancora lontano. Il film è ancora troppo cinematografico nei luoghi, nelle battute, nelle inquadrature e nell’utilizzo delle musiche, qui sfruttate per sottolineare situazioni già di per sé evidenti. Risultano didascaliche anche le discussioni su diritti e sindacati, che spezzano il ritmo e si allontanano dalla naturalezza che caratterizzerà la produzione futura. Gli attori, un giovanissimo Robert Carlyle in testa, sono bravi e convincenti, anche se a volte troppo monolitici, e in nuce si può intravvedere il fine lavoro di cesello e sfaccettatura delle personalità di cui sarà maestro Paul Laverty, del quale manca lo sguardo umano e partecipe. Nessuno dei motivi sovraesposti penalizza tuttavia veramente il film, che riesce a essere uno spaccato di realtà privo di giudizio e in grado di reggere perfettamente l’idea semidocumentaristica che si propone. Bill Jesse riesce nel mostrare una serie di episodi a volte consequenziali a volte no, non sempre fondamentali allo sviluppo della trama verso il suo epilogo, uno dei pochi appena parzialmente ottimisti del cinema di Loach.


In Riff Raff ci sarà una minima, misera rivincita dei protagonisti, priva dei dilemmi e dei conflitti interni presenti in altri finali del regista. L’atto finale, l’unico possibile per chi non ha mai avuto alcun potere, è qui catarsi e giustizia, anche se inutile ai fini del miglioramento della vita dei protagonisti. Riff Raff è un bel film, in grado, come sempre, di far riflettere su un periodo storico, ma ancora attualissimo, seppur con le dovute differenze, oltre che un documento in grado di gettare una luce più approfondita sul cinema attuale del bravissimo regista inglese.



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