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L'immortale

21/10/2010 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

L'immortale

Così come la commedia talvolta può essere un’incredibile veicolo per alcune idee, i thriller possono costituire una pausa di riflessione su certi argomenti...

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Così come la commedia talvolta può essere un’incredibile veicolo per alcune idee, i thriller possono costituire una pausa di riflessione su certi argomenti. Era il 1977 quando, in un parcheggio di Cassis, Jacky Imbert venne crivellato di colpi da una cosca malavitosa. L’uomo aveva quarantotto anni ed era un ex-padrino della mafia marsigliese ritiratosi dalle scene in cerca di una vita più tranquilla e ordinaria. Imbert sopravvisse all’attentato nonostante le ventidue pallottole che aveva in corpo, guadagnandosi il soprannome de “L’immortale”. Dalla vicenda venne tratto un libro di Franz-Olivier Giesbert che suscitò molto scalpore, nonché un notevole interesse del pubblico che già si era appassionato alla vicenda di Imbert.


L’immortale, quinta fatica cinematografica dal francese Richard Berry, più noto per la sua florida carriera di attore anziché di regista, è l’adattamento per il grande schermo della storia (romanzata) di Imbert. Charley Matteї (interpretato da un intenso Jean Reno) è un uomo di mezza età con un trascorso nella malavita, ritiratosi dalle scene per dedicarsi alla propria famiglia. Qualcuno, però, non ha digerito questa sua decisione e gli tende un’imboscata: otto uomini incappucciati lo attendono in un parcheggio e lo crivellano di colpi. Con 22 pallottole in corpo, Charley Matteї è ancora vivo e, guadagnandosi il soprannome di Immortale, inizia a indagare sul mandante in cerca di vendetta.


La sceneggiatura di Richard Berry, adattamento “libero” del romanzo di Franz-Olivier Giesbert, riesce a creare personaggi incredibilmente sfaccettati e di gran lunga superiori alla media dei prodotti del genere. Ognuno di loro viene sviscerato completamente e la narrazione serrata riesce a tenere alto il livello d’attenzione dello spettatore, senza che perda mai di vista il fulcro della storia. Ogni personaggio, ogni delinquente ucciso per servire la causa di Matteї ha alle spalle una realtà umana ben precisa e contestualizzata. L’intero cast artistico è strepitoso e sebbene su tutti svetti Jean Reno (qui in una delle sue migliori prove d’attore, riuscendo a dare corpo a un personaggio a tuttotondo, denso di sfaccettature, in grado di bucare letteralmente lo schermo), nessuno dei comprimari viene eclissato dalla sua ombra. Marina Fois interpreta una poliziotta divisa tra dovere professionale e rivalsa morale nei confronti di chi ha ucciso suo marito (anch’egli poliziotto) e Kad Merad, nei panni del boss Zacchia, affresca un personaggio in bilico tra nitida follia e sadica lucidità.


Altrettanto ineccepibile è la regia di Berry, il quale dimostra di possedere una forza narrativa pari a quella dei grandi maestri del genere. Ne è un chiaro esempio la sequenza d’apertura, che accoglie un montaggio incrociato e le musiche di Klaus Badelt, senza che questo mix riveli dei fastidiosi cliché sulla figura dei boss malavitosi. Una storia condita da improvvise esplosioni di violenza quasi cronenberghiana e un uso spietato della macchina da presa, che si alternano a sequenze familiari che riescono a riportare il film vicino alle corde del melodramma, evidenziando tutta la vulnerabilità dei personaggi (particolarmente suggestiva la scena sulla spiaggia, dove Matteї pranza in compagnia di un gatto randagio). L'immortale è un film che riesce nelle proprie ambizioni e sposa la tradizione noir francese con i temi mai troppo abusati della vendetta e dell’importanza della famiglia. Non un capolavoro, ma ci siamo vicini.



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