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Io sono con te

18/11/2010 11:00

Tania Marrazzo

Recensione Film,

Io sono con te

Nella Galilea di più di duemila anni fa la giovanissima Maria (interpretata Rabeb Srairi e da Nadia Khlifi), proveniente da una famiglia di pastori, viene prome

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Nella Galilea di più di duemila anni fa la giovanissima Maria (interpretata Rabeb Srairi e da Nadia Khlifi), proveniente da una famiglia di pastori, viene promessa in moglie a Giuseppe (Mustapha Benstiti), falegname del vicino villaggio di Nazareth, vedovo e con già due figli. Fin da piccola Maria è sempre stata educata nel rispetto e nell’amore verso il prossimo ma non per questo mostra la remissività e la silenziosa accettazione delle altre donne nei confronti del contesto patriarcale che la circonda e dalla quale spesso si vede aggredita, come accade con Mardocheo (Ahmed Hafiene), fratello del marito. Le circostanze misteriose in cui avviene il concepimento di Gesù e la sua successiva nascita, porranno la donna di fronte ad una serie di eventi e di complesse scelte da affrontare sempre con la tranquillità di chi sa di dover andare incontro al proprio destino, anche se ciò significa suscitare lo scandalo e l’indignazione di una società che stenta a crederle e a comprendere. Il mondo in cui si svolgono gli avvenimenti è completamente ignaro di quello che sta accadendo, sulla Galilea di quegli anni soffia infatti un malvagio vento di violenza provocato dalla colonizzazione romana e dalla cupidigia di Erode.


Io sono con te di Guido Chiesa non è il solito film storico o religioso sulla nascita di Gesù, ma è un’opera tutta incentrata sulla figura di Maria e sullo straordinario rapporto che aveva con il figlio. È la Maria ragazza, donna e vergine terrestre quella che il regista presenta ad uno spettatore che rimarrà di sicuro sorpreso dall’inusuale punto di vista. In questo senso Chiesa racconta una delle prime donne rivoluzionarie e anticonformiste proprio per quel suo armonico modo di vivere e per quella capacità di amare, e di confrontarsi con gli esseri umani, che la rendevano unica. Più spirituale che fisica ella aveva con i bambini un rapporto del tutto particolare, era cioè in grado di entrare talmente in sintonia con il loro pensare, da non doversi preoccupare di lasciarli camminare da soli, anche nei pressi di un pozzo profondo. Al di là della questione religiosa Maria e Gesù erano innanzitutto madre e figlio e questo legame era così forte e ammantato da un misticismo latente da renderlo incomprensibile agli altri. Colei che stringe fra le braccia il bambino avrebbe potuto essere qualsiasi madre: non si percepisce l’importanza di quella donna che un giorno sarà riconosciuta come Sacra Vergine, la grandezza è da rintracciarsi nella sua profondità in quanto essere umano di sesso femminile, vissuto in quel difficile periodo storico, che rimase inspiegabilmente incinta ed ebbe un figlio con cui aveva un legame che sembrava trascendere l’umanità stessa. Da qui la scelta di narrare la vicenda sorvolando sui principali avvenimenti della storia contenuta nei vangeli, limitandosi talvolta a dei brevi accenni, in modo da concentrarsi esclusivamente sulla tematica cardine del film.


Questa predilezione per il rapporto umano più che per la storia, supportato da scelte stilistiche che a tratti virano più verso uno stile televisivo che cinematografico, sebbene sia uno degli elementi che più si apprezza per coraggio e modernità, finisce però per risultare eccessivamente ridondante rendendo faticoso mantenere l’attenzione. La parabola materna di Guido Chiesa risulta dunque sufficientemente efficace e meritevolmente anche perché libera la vicenda da dogmi divini e risulta innanzitutto umana.


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