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Il mio nome è Khan

24/11/2010 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Il mio nome è Khan

Era inevitabile: Bollywood è pronta a conquistare anche i cinema italiani...

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Era inevitabile: Bollywood è pronta a conquistare anche i cinema italiani. Dal 26 novembre infatti le sale vedranno l'uscita di Il mio nome è Khan, apprezzata pellicola di quel Cinema indiano a cui si guarda spesso con distacco o facile frivoleria, ma che, innegabile, si sta confermando come una realtà sempre più solida e variegata, smentendo l'appellativo da fuoco di paglia che forse, in tanti, gli avevano inizialmente affibbiato. Il quarto film di Karan Johar, produttore e regista anche di quel Non dire mai addio passato recentemente sulle reti pubbliche del Belpaese arriva con una grande attesa, dovuta anche agli eccellenti riscontri un pò ovunque (produce la Fox, tramite alcune sue divisioni minori). Successo meritato? La nostra risposta è decisamente positiva.


Rizwan Khan (Shahrukh Khan) è un musulmano, da tempo residente in America, che vuole fermamente incontrare il Presidente degli Stati Uniti per rilarsciargli il messaggio "Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista". Attraverso un diario che egli tiene, dovuto anche alla sua incapacità di esprimersi normalmente per colpa della Sindrome di Asparger (una sorta di acuto autismo) da cui è affetto sin da bambino, riviviamo il suo percorso. Quand'era bambino, a Bombai, dove le uniche persone a capirlo realmente erano la compianta madre e il suo colto maestro, dimostrava già le sue incredibili doti mentali, che gli permettevano di ripare ogni meccanismo rotto. Cresciuto e divenuto un uomo, in seguito alla morte della madre Khan si trasferisce in America a casa del fratello, affermato manager da anni lì emigrato, con cui in passato ebbe dei trascorsi burrascosi. Inizialmente incapace di adattarsi alla nuova vita, conosce l'amore della bella parrucchiera Mandin (Kajol), che riesce a comprendere la bontà e l'intelligenza che sono insite in lui. Khan sviluppa anche un profondo rapporto con il figlio della donna, avuto da un precedente matrimonio. Le cose sembrano andare a gonfie vele per l'uomo e la sua nuova famiglia, ma una data cambierà forse indelebilmente il suo destino: è l'11 settembre 2001, e l'attacco alle Torri Gemelle svilupperà sintomi di paura e odio razziale che riguarderanno Khan e chi gli è vicino direttamente.


Il mio nome è Khan è ricco di un cuore drammatico e pulsante, che non scade mai nella retorica e nei luoghi comuni, non appoggiandosi nè al buonismo esasperato nè a giudizi più denigratori. È un racconto di formazione e morale di un protagonista che racchiude in sè due elementi potenti e di grande impatto emotivo: la malattia, che comunque non gli impedisce una vita quasi normale, e il suo essere musulmano in periodo mai più così infelice per i seguaci di Allah. È straordinario il modo in cui Johar riesca a trattare temi così delicati con una delicatezza genuina che rapisce e avvinghia, instillando in questa storia dalle pieghe non certo ottimistiche dei momenti di irresistibile finezza umoristica, nonchè scene dal grande coinvolgimento emotivo come nella "splendida" alluvione verso la fine. Il mio nome è Khan, il motto che ripete costantemente con tenacia Risval, è una sorta di mantra universale, in lui infatti si può rispecchiare ogni abitante di questa terra, in una sorta di fratellanza universale che sembra permeare ogni alito del film, in un crescendo di emozioni e sbalzi emotivi che lascia letteralmente senza fiato, ammaliati da cotanto spettacolo non fine a se stesso. Alternandosi tra brevi situazioni nel presente filmico e lunghi flashback che hanno lo scopo di far conoscere il personaggio, non si ha mai la sensazione di una virgola fuori posto o di una parola sbagliata, e proprio a riguardo gran merito va agli autori dei dialoghi e della sceneggiatura, capaci di plasmare una figura pressochè perfetta con cui piangere e gioire. E non si può fare a meno di plaudire a mani aperte l'interpretazione di Shahrukh Khan (che ha lo stesso cognome del suo personaggio), che, e ci sbilanciamo già da ora, dovrebbe essere presa sicuramente in considerazione per i prossimi Oscar. Il suo Rizvan è una sorta di icona che non sfocia mai nel ridocolo o nel macchiettistico, arrivando anzi a divenire un esempio da seguire per milioni di persone; riesce a catalizzare l'attenzione e i sentimenti di chi guarda con una naturalezza dai pochi eguali. L'azzeccata colonna sonora, che vive di ritmi indiani adattati a uno stile più occidentale, è l'ennesimo fiore all'occhiello, perfetto accompagnamento che ben traspira gli stati emotivi dei protagonisti. Sarebbe troppo semplice definire Il mio nome è Khan un'opera che si lancia contro ogni sorta di razzismo: oltre all'importante messaggio che viene lanciato con sentita ispirazione, ci troviamo dinanzi a un'opera in grado di commuovere e appassionare in maniera universale.



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