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Survival of the Dead - L'isola dei sopravvissuti

01/12/2010 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Survival of the Dead - L'isola dei sopravvissuti

Era la primavera del 2005 quando i fans di tutto il mondo, in trepidante attesa per l’uscita dell’ultimo capitolo della saga romeriana, appresero che quello non

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Era la primavera del 2005 quando i fans di tutto il mondo, in trepidante attesa per l’uscita dell’ultimo capitolo della saga romeriana, appresero che quello non sarebbe stato il quarto capitolo di una quadrilogia, ma il primo episodio di una seconda trilogia. Land of the dead è il primo e unico film che Romero porta avanti con una mayor (la Universal), e dopo la scottante esperienza annuncia che proseguirà la sua opera ritornando al circuito indipendente, con produzioni più ridotte e messe in scena meno apocalittiche, ma giovando del totale controllo creativo sul prodotto. Ancora una notizia succosa insomma, ma dopo il discutibile, anche se comunque interessante, Diary of the dead, c’era una grande aspettativa e speranza di un desiderio di riscatto con questo Survival of the dead, ribattezzato da noi L’isola dei sopravvissuti.


Presentato in anteprima alla mostra del cinema di Venezia del 2009, il film arriva in Italia un anno dopo e direttamente in home video, esattamente com’era accaduto con il film precedente. Come già fatto con Diary, George A. Romero resetta gli avvenimenti precedenti e riporta l’invasione dei morti viventi all’anno zero. A Slaughter Island, comunità isolana al largo delle coste del Delaware, le famiglie rivali degli O’Flynn e dei Muldoon, che da secoli si contendono il dominio dell’isola, si trovano in disaccordo sulla sorte dei morti. La faida prenderà una nuova piega con l’arrivo di un drappello di militari in fuga sull’isola.


Romero torna per la sesta volta ad abbracciare i suoi cari living dead, ridimensionando la scala degli avvenimenti e riportando la narrazione a una dimensione più intima, molto simile ai quella dei film della prima trilogia (una casa, un centro commerciale, un bunker, stavolta è toccato a un isolotto). Romero rispolvera anche le tematiche a lui tanto care: la psicologia/sociologia della razza umana, l’impossibilità di un'interazione tra militari e civili, la convivenza tra vivi e morti. Crea anche un ponte interessante con Diary of the dead che rende questo film una sorta di sequel/spin-off e condisce il tutto con atmosfere al limite del western. Premesse interessanti insomma, peccato che restino tali. Romero si perde nella messa in scena sin da subito, compiacendosi con effetti splatter al limite del cartoonesco (oltre che realizzati con una brutta CGI) e privando i morti di quella tridimensionalità malinconica a cui ci aveva abituati. Il problema grosso è che nel proseguo del film non si migliora. I troppi personaggi che affollano la scena soffrono di un appiattimento dovuto a una scarsa caratterizzazione; una pecca che è riscontrabile in tutta la nuova trilogia, ma che qui raggiunge il suo apice. La stessa base della vicenda, la faida tra O’Flynn e Muldoon, non convince mai del tutto, forse perché le faide senza ragione tra famiglie hanno un sapore troppo “medioevale”. Guizzi di genialità tipicamente romeriana si intravedono qua e là, come i morti letteralmente incatenati alle loro vecchie vite o il dibattito su una possibile convivenza con i vivi che raggiunge il clou nella scena con il cavallo, ma senza far trapelare nemmeno un minimo di pathos. Da soli questi pochi elementi non bastano a risollevare il piattume che ammorba l’intero film, troppo simile al mediocre esordio di un novello filmaker che alla pellicola di un master of horror.



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