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Black Hawk Down

07/12/2010 12:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Black Hawk Down

Spara...

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Spara. Spara per la vita. Spara per salvare un compagno. Combatti per una causa, schiavo di interessi più alti della tua semplice vita. Dura la vita di un soldato: lo sa bene Ridley Scott, che reduce dal successo universale de Il gladiatore, ha deciso di buttarsi su uno dei generi più amati e controversi come quello bellico. Tratto dal libro Black Hawk Down: A Story of Modern War del giornalista Mark Bowden, inviato in Marocco che ha riportato su carta le atrocità della guerra in Somalia nel 1993, Black Hawk Down si avvale di un cast di nomi al tempo più o meno emergenti come Josh Hartnett, Eric Bana, Ewan McGregor, Ewen Bremmer, e vecchie glorie del calibro di Sam Shepard e Tom Sizemore. Carne al macello, uomini comuni con le proprie diversità che diventano fratelli in una lotta estrema per la sopravvivenza, atta a rappresentare, ce ne fosse ancora bisogno, le brutalità che ogni conflitto lascia sugli uomini, non solo di carattere fisico ma anche psicologico.


A Scott, va detto, si chiede sempre tanto: capace di inaugurare un nuovo filone della fantascienza con Alien, sublime pur debitore all'apparenza nel riportare al grande pubblico i kolossal storici, a ogni suo nuovo film le aspettative sono sempre alte. Anche in questo caso, pur con qualche riserva, le attese non sono state deluse, e Black Hawk Down si rivela una storia appassionante, non scevra di momenti tesi e ricchi di pathos drammatico, oltrechè di un'azione belligerante davvero incalzante e solidamente realizzata. Quando il modernissimo velivolo del titolo viene abbattutto, lo spettatore diventa tutt'uno coi protagonisti, invischiati in una missione impossibile contro forze assai superiori e in terra ostile. Ma la regola principale, il legame di fratellanza ricorda che nessuno deve essere abbandonato, anche a costo della propria vita. Regola che, in un forse eccessivo coraggio patriottico, viene ampiamente rispettata. Non si può dire che Scott non usi smodate dosi di retorica, ma è innegabile come riesca a trasformarla in sincero coinvolgimento e pura esaltazione. Va forse fatto notare come non vi sia alcun accenno all'intervento militare americano in Somalia, ai motivi e agli interessi politici che spingono sempre gli yankee a buttarsi in ogni guerra. Scott non è interessato a buttarsi sulla critica sociale, forse anche per non rischiare di perdere quella larga fetta di pubblico che va al cinema per godere più della confezione che del contenuto.


In questa sua anima da giocattolone bellico, intriso di scene violente e girate con maestria, e grazie ad una perfetta coesione tra le varie componenti tecniche (montaggio, fotografia e colonna sonora in primis) il film svolge appieno il suo compito, per circa due ore e mezzo difficili da dimenticare: e pur nella sua superficialità, o meglio nella poca volontà di andare a fondo nei risvolti immanenti della realtà bellica, non è improbabile che qualcuno a fine visione rimanga suggestionato in tal senso. Ricco di frasi ad effetto, pronunciate da un cast in ottima forma, che non vede un solo protagonista (nonostante le maggiori attenzioni vengano rivolte alla figura di Hartnett) ma un manipolo di uomini in mezzo alla furia delle armi e al rombo incessante dei proiettili, consci che uno di quelli potrebbe portare a termine la loro esistenza. Il cinema di Scott è commerciale, inutile negarlo: ma allo stesso tempo, e in maniera più sofisticata del suo collega James Cameron, riesce sempre a catturare l'attenzione del pubblico grazie a storie coinvolgenti e realizzazioni tecnicamente impeccabili.


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