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La bellezza del somaro

15/12/2010 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

La bellezza del somaro

Sempre basandosi su un racconto lungo della moglie, Margaret Mazzantini, torna alla regia Sergio Castellitto a sei anni di distanza dall’acclamato Non ti muover

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Sempre basandosi su un racconto lungo della moglie, Margaret Mazzantini, torna alla regia Sergio Castellitto a sei anni di distanza dall’acclamato Non ti muovere. Stavolta l’affiatato duo propone una commedia generazionale sulle manchevolezze nel rapporto tra una coppia di genitori borghesi alle soglie dei cinquanta e una figlia in pieno tumulto interiore.


Marcello Sinibaldi (Sergio Castellitto) è un architetto sposato con la psicologa Marina (Laura Morante); per il ponte dei morti la coppia invita gli amici di una vita nella loro casa in campagna: c’è Valentino (Gianfelice Imparato), manager in crisi, con la moglie Raimonda (Emanuela Grimalda), l’acida inviata di guerra Delfina (Lidia Vitale) e l’ex marito Duccio (Marco Giallini), impenitente cardiologo con il vizio delle donne. Al gruppo si aggiungono due pazienti di Marina: la stonata Lory (Barbora Bobulova), con una decisa tendenza all’abuso alcolico, e il maniaco ossessivo Ettore Maria (Renato Marchetti), con il chiodo fisso della morte; a completare il quadro Venanzia (Erika Blanc), la madre di Marina. L’avvenimento intorno a cui ruota il rendez-vous è la presentazione ufficiale del nuovo fidanzato della figlia dei padroni di casa, Rosa (Nina Torresi) che si rivela essere l’ultrasettantenne Armando (Enzo Jannacci). Quella che credeva di essere una famiglia progressista, aperta al dialogo e alle novità, viene smascherata rivelando un sostrato di ipocrisia e falsità e la presenza di Armando scuoterà dalle fondamenta il castello di carta creato da Marcello e Marina. Nelle intenzioni, tutto molto bello, anzi, addirittura “geniale”, come ha azzardato in sede di conferenza stampa Castellitto. Invece il risultato finale complessivamente delude.


Innanzitutto non si capisce perché Castellitto debba fare il verso a Verdone, peraltro senza riuscirci, tra crisi isteriche, medicine e psicosi; troppe le forzature, troppo urlata la recitazione (va bene Cechov, ma c’è un limite a tutto), troppo macchiettistici i personaggi di contorno, troppo irreali le situazioni per poter fare centro. E il film diventa rapidamente un pretesto per sproloqui ideal-sinistroidi persi nel fumo delle canne (ancora!), superficiali critiche ai cinquantenni di oggi alla ricerca di una giovinezza irrimediabilmente perduta e schiavi del vizio (qui impersonato dall’amante di Marcello, Gladys, la sensuale Lola Ponce), forzatissimi richiami a Silvio Berlusconi (la battuta sulle merendine) e chicche del genere “la patta dei pantaloni è come l’inconscio: non sai mai cosa ci trovi dentro”. Anche il personaggio di Jannacci che dovrebbe essere, parole di Castellitto, “una pernacchia in una conferenza inamidata”, sembra precipitato lì per caso, così avulso dal mondo circostante da risultare poco credibile, quasi irreale, con il perenne sorriso malinconico che lo fa sembrare un cartellone dipinto. Il finale poi, rimette tutto in ordine, soffocando in una campana di vetro la pernacchia, riducendola a un innocuo sussurro.



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