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Biutiful

26/12/2010 12:00

Cristiano Caliciotti

Recensione Film,

Biutiful

Alejandro González Iñárritu è da alcuni ritenuto il miglior cineasta messicano vivente; di certo è uno dei registi contemporanei più notevoli...

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Alejandro González Iñárritu è da alcuni ritenuto il miglior cineasta messicano vivente; di certo è uno dei registi contemporanei più notevoli. Dalla sua ha finora tre lungometraggi memorabili, il primo dei quali gli valse la fortuna di approdare a Hollywood e avere ampi fondi per la realizzazione dei successivi. Ottimi film - l’ultimo dei quali, Babel, girato nel 2006 - sceneggiati insieme a Guillermo Arriaga che presentano storie multiple a incastro, senza un continuum temporale. Esausto dopo le riprese dell’ultimo e “stanco di strutture intricate e racconti spezzati”, Iñárritu si propose al tempo di girare un film che avrebbe avuto “un solo personaggio, una sola città e una struttura narrativa lineare”. Ecco dunque Biutiful, girato a Barcellona e tutto incentrato sui tormenti di Uxbal, un intenso Javier Bardem che regala una recitazione magistrale.


Uxbal è padre di due bambini, Ana e Mateo, del quale si prende cura da solo, essendo la moglie Marambra mentalmente instabile. È un uomo buono, ma per provvedere ai suoi figli non ha esitato a darsi allo sfruttamento della manodopera clandestina cinese, che tuttavia cerca di trattare il più umanamente possibile. Per pagare l’affitto e le spese, vende anche il suo dono di poter parlare con i morti. Per amore e sopravvivenza, Uxbal è uno spirito buono che si insozza fino al midollo, lacerato dalle azioni ignobili che è costretto a compiere. Quando dunque scopre di essere malato di cancro e che gli restano pochi mesi di vita, vuole andarsene lasciando le cose a posto: nell’inferno in cui vive, però, sembra non esserci posto per un lascito di serenità e quiete ai suoi figli.


Girando nei quartieri più degradati di Barcellona, in cui l’unica opulenza che si intravede è legata a droga, prostituzione e sfruttamento, Iñárritu conduce lo spettatore nella melma più nera, ove i raggi del sole neppure penetrano e nella quale la miseria spinge a un tradimento imbiasimabile anche l’amica più fidata. Siamo nella notte più oscura e se c’è qualcosa di Biutiful che riesce a rilucere è una luce splendente che si fa spazio con violenza. Va ricordata la dedica con cui il regista chiude Babel: "To my children Maria Eladia and Eliseo…the brightest lights in the darkest night." Nel cinema di Iñárritu la famiglia e i valori affettivi primari sono centrali (fin dalla sua prima pellicola la disperazione più profonda era legata non alle disgrazie esterne ma alla demolizione di questi affetti speciali) e forse, ora, quel Biutiful del titolo, che ha torturato la critica di mezzo mondo con la sua enigmaticità, non risulta più tanto misterioso. Non potendo contare sulla moglie, che gli getta addosso il suo anello di fidanzamento, tradito dall’amica Ige cui aveva affidato tutti i soldi racimolati perché si prendesse cura dei figli, Uxbal è allo stremo e quasi si rassegna a morire infelice e con lo spettro di essere dimenticato dai suoi figli. Quando sembra non esserci più scampo, negli abissi della disperazione, l'uomo riesce a confessare della sua imminente morte ad Ana, la figlia più grande a cui aveva insegnato a scrivere "Biutiful", entrando cosi con lei nella più profonda comunione spirituale. Ancora una volta un film di ineffabile intensità emotiva, in cui Iñárritu racconta una miracolosa salvezza in un regno di disperazione.



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