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Babel

27/12/2010 12:00

Cristiano Caliciotti

Recensione Film,

Babel

"Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro”...

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"Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra." (Bibbia, Genesi 11, 1-9)


Tre storie staccate tra loro ma legate da un sottile filo, costituito da un fucile. Una coppia di turisti americani fa un viaggio in Marocco per cercare di risolvere la loro crisi coniugale, scoppiata brutalmente con la morte del loro ultimo bambino appena nato: oltre alla fatica che compiono i due per riuscire a comunicare nuovamente fra loro, l’episodio è anche occasione per dimostrare quanto possa essere crudele l’incomprensione linguistica e culturale. Dall’altra parte del mondo la loro governante, volendo assistere al matrimonio del proprio figlio seppur dovendo rimanere a casa, decide di portare con sé in Messico i due bambini che accudisce. In Giappone, infine, una ragazza sordomuta deve far fronte ai problemi che il suo handicap le causa nel tentativo di provare l’amore. Una metafora del modo odierno di gettarsi via sessualmente una volta che si è rinunciata alla comunicazione intima.


Babel di Alejando Iñárritu è un film sull’incomunicabilità. La mancanza e l'impossibilità di un legame linguistico, culturale, generazionale, o il suo impedimento fisico è la fonte della maggior parte delle sofferenze umane, dalle guerre al più individuale dei mali. Questa, la sentenza che scorre fra le pieghe del film: un silenzio globale che lega fra loro storie di esseri umani in tutto il mondo. Ma, a differenza dei film precedenti di Iñárritu, in questo universo di disperazione c’è qualcosa che si salva: una nuova possibilità è offerta all'essere umano - per redimersi dalla solitudine e dal dolore - dagli affetti familiari. La ragazza giapponese affonda in un abbraccio paterno tutta la sua sofferenza, la governante costretta all’espatrio in Messico trova nell’accoglienza del figlio la forza per non avvilirsi e anche la coppia americana (gli eccellenti Brad Pitt e Cate Blanchett) si riscopre felice in nome della famiglia. Non che questo cambi il senso di Babel, che resta una sconsolata resa di fronte agli abissi della discomunicazione, ma è la medesima luce di speranza e salvezza che quattro anni dopo Iñárritu farà brillare, fin dal titolo, nel suo successivo lungometraggio Biutiful. Babel è un'ammissione (anche formale) di fiducia nel andamento ciclico dell'esistenza, destinata sempre a nuovi inizi e cambiamenti. Una pellicola con la quale il regista messicano chiude in grande stile, almeno per ora, la sua passione per le strutture complesse.



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