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Un giorno della vita

12/01/2011 11:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Un giorno della vita

Una piacevole anomalia...

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Una piacevole anomalia. Un semplice monile esposto in un angolo della vetrina, alle spalle di pesanti gioielli dorati, un gradevole, silenzioso, diversivo, al di là del frastuono della grancassa mediatica; novanta minuti di semplice Cinema lontano anni luce dalle manie di grandezza di registi più celebrati. “Un giorno della vita è una favola”, dice il regista Giuseppe Papasso, un racconto sul valore del Cinema e sulla sua capacità di farci sognare, di far galoppare a briglia sciolta la nostra fantasia, rendendoci del tutto simili a un bambino.


Bambino che in questo caso ha il volto di Salvatore (Matteo Basso), dodicenne figlio di Pietro (Pascal Zullino), un contadino comunista, nella Basilicata del 1964. Finito in riformatorio, Salvatore racconta a un giornalista (Alessandro Haber) la sua storia, la sua divorante passione per il Cinema, lo strenuo inseguimento del suo sogno che l’ha portato a oltrepassare un confine che non doveva valicare. Salvatore percorre in bicicletta anche cinque chilometri al giorno nelle assolate campagne lucane assieme ai suoi amici Alessio e Caterina, per vedere i film nella saletta cinematografica più vicina a casa sua. La sua passione è però osteggiata dal padre, un uomo pratico e di poche parole, tutto lavoro e Partito e, con meno aggressività, dalla madre (Maria Grazia Cucinotta). Salvatore vorrebbe avere un cinema tutto suo e quando trova l’annuncio della vendita un vecchio proiettore, pur di realizzare il suo chiodo fisso, non esita a rubare dalle casse della sezione del Partito Comunista dove milita il padre la somma messa dagli iscritti per mandare una delegazione a Roma per il funerale di Togliatti. In un primo tempo riesce a farla franca ma poi il furto viene scoperto e Salvatore finisce in riformatorio.


Papasso si ispira decisamente a Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore sia per il tema affrontato sia per l’ambientazione, sostituendo all’assolata e sonnacchiosa campagna siciliana quella lucana, sfruttata appieno con i suoi splendidi colori nelle scene in cui Salvatore, Alessio e Caterina la attraversano in bicicletta. E non possono non far pensare all’opera di Tornatore anche gli spezzoni dei film di Chaplin e di Maciste visti all’interno del Cinema. Quello di Papasso è un inno al Cinema più spensierato e più immediato, uno spaccato di un’Italia più semplice e ingenua - le beghe tra i militanti del Partito Comunista e il prete del paese (Ernesto Mahieux) che richiamano l’infinita saga di Don Camillo e Peppone. Una gradevole evasione dalla realtà.


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