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Defendor

14/01/2011 11:00

Vito Sugameli

Recensione Film,

Defendor

Un supereroe americano senza superpoteri

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Attivo sostenitore dell'idea "self made hero" alla base di Kick-ass, l'uomo che si cela dietro il costume di Defendor mette in discussione la filosofia sdoganata dai fumetti americani degli albori – quella del supereroe (monodimensionale) con superpoteri – gettandosi nella mischia. Tuta attillata, casco da minatore e con una "D" incollata sul petto composta da pezzetti di nastro adesivo, protegge la città dai malviventi, ma soprattutto difende la propria convinzione: chiunque può diventare un eroe se è disposto a sacrificare la propria vita per una giusta causa. I superpoteri esistono e appartengono a coloro che li manifestiamo ogni giorno con le loro azioni, piccole o grandi che siano. Defendor lo ha imparato combattendo a modo suo, fuori e dentro il suo piccolo mondo, senza temere alcuna forma di rappresaglia. Perché lui non è una persona comune.


Arthur Poppington (Woody Harrelson) è un soggetto particolare: arrestato per aver fatto saltare un'operazione sotto copertura della polizia durata ben 18 mesi, viene affidato alla psichiatra Park (Sandra Oh), la quale stila la diagnosi per il Giudice Wilson (Ron White): Poppington è affetto da depressione, manie di grandezza, incapacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, mancanza di buon senso e immaturità sociale. Un personaggio pericoloso, se non fosse per la sua anima pura e per i suoi modi gentili, in grado di addolcire le accuse. Una sera mentre combatte il crimine con i suoi gadget-giocattolo (biglie, bastone e vespe in barattoli), fa la conoscenza della cocainomane e prostituta Katerina Debrofkowitz (Kat Dennings), sua futura collaboratrice (e non solo). Per mezzo delle sue conoscenze Defendor trova il modo di agganciare il cattivo dei cattivi: Capitan Industria, a cui dà la colpa della morte prematura di sua madre.


Il film racconta, incrociando passato e presente, la storia di un eroe bizzarro: buffo per via della sua ossessione per i fumetti che trasforma in modello di vita (un mondo nel quale si rifugia per evadere dalla realtà) e agente incorruttibile del giusto, anche se talvolta le definizioni di giusto e sbagliato si scontrano con le contraddizioni gerarchiche e legali della società. Un incipit ricco di spunti rallenta però a causa di un ritmo sonnacchioso, retto quasi per intero dall'interprete principale – un Woody Harrelson tenero e combattivo, bravo nel trasformare il suo handicap in dote. Destrutturato il racconto epico e messa da parte azione furibonda e teatralità, Defendor celebra il mondo reale nella sua perentoria normalità. E lo fa utilizzando un linguaggio cinematografico trasversale: camuffato da commedia, è in realtà riflessivo e commovente; per questa ragione difficile da interiorizzare. Il regista Peter Stebbings, anche autore del soggetto e della sceneggiatura, condensa molte delle critiche rivolte alla sofisticheria dei modelli supereroistici made in Marvel e Dc Comics, spiegando a modo suo come anche il più improbabile degli outsider, goffo e ridicolo, possa lasciare un solco indelebile nelle coscienze della gente.



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