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Delicatessen

21/01/2011 11:00

Tania Marrazzo

Recensione Film,

Delicatessen

In un epoca imprecisata una grave carestia ha colpito la Francia costringendo il governo a razionare il cibo e inducendo i cittadini a compiere atti di cannibal

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In un epoca imprecisata una grave carestia ha colpito la Francia costringendo il governo a razionare il cibo e inducendo i cittadini a compiere atti di cannibalismo per combattere la fame. In un fatiscente condominio, abitato da strani individui, si trova la macelleria Delicatessen del signor Clapet (Jean Claude Dreyfus) che vende carne umana in cambio di lenticchie e mais, adottando sempre lo stesso metodo per attirare nuove vittime: l’uomo mette un’inserzione d’affitto su un giornale e quando arriva il nuovo inquilino, trascorso un po’ di tempo, lo uccide. Un giorno Louison (Dominique Pinon), un ex clown che ha abbandonato la professione, viene assunto da Clapet e in breve stringe un’amicizia sempre più forte con sua figlia Julie (Marie-Laure Dougnac). La ragazza non tarda a innamorarsi del nuovo arrivato e, conoscendo le abitudini del padre, decide di chiedere alla setta vegetariana dei Trogloditi di prelevarlo per salvargli la vita.


Delicatessen è l’opera prima di Jean Pierre Jeunet, all’epoca soprattutto pubblicitario e animatore, realizzata in collaborazione con il disegnatore umoristico Marc Caro. Il regista che dieci anni dopo girerà Il favoloso mondo di Amélie, convoglia in questo suo primo lavoro tutte le caratteristiche e le marche stilistiche che diverranno successivamente simbolo della sua filmografia. Tutti i personaggi che popolano il degradato condominio del signor Clapet sono frutto di una grottesca alterazione del reale: la signora Auror Interligator (Sylvie Laguna) che non fa altro che tentare il suicidio architettando i metodi più macchinosi e stravaganti, sotto gli occhi rassegnati del marito (Jean François Perrier); i fratelli Robert (Rufus Mathou) e Roger Kube (Jacques Mathou) che costruiscono bizzarri souvenir; il signor Potin (Howard Vernon) che alleva rane e lumache per poi cibarsene; la vogliosa signorina Plusse (Karin Viard) e i poveri signori Tapioca (Ticky Holgado e Anne Marie Pisani), tutte rappresentazioni del cinema ludico di Jeunet. Ciò che conta è il divertimento, lo stupore, la paura, le emozioni che si provano nel momento in cui la macchina da presa conduce lo spettatore in luoghi normalmente inagibili e gli mostra anfratti reconditi, o le assurdità più impensabili, in tutta la loro atipicità.


Ma chi è ancora in grado di comprendere un mondo del genere? Forse i due bambini che appaiono di tanto in tanto? Il regista manifesta questo timore attraverso un mondo post-apocalittico e poeticamente nostalgico che verte su toni seppia e bluastri, ma che non cade mai nella disperazione. La musica e la costruzione sonora diventano elemento essenziale della struttura drammaturgica nel momento in cui creano quella che alcuni critici hanno definito polifonia del frammento: «L’ambientazione in un unico luogo composto da tanti microambienti produce una narrazione frammentata e il suono definisce gli stacchi dei diversi frammenti e allo stesso tempo ne è anche il collante» afferma ad esempio Simone Arcagni. Memori della loro esperienza di animatori, Jeunet e Caro utilizzano spesso la tecnica del mickeymousing, una forma di sonorizzazione simile a quella dei cartoon in cui le azioni e i movimenti vengono sottolineati ed enfatizzati da suoni e musica, rendendo così il tutto ancora più surreale. Per tutti questi motivi Delicatessen costituisce uno splendido debutto che unisce insieme alla destrezza tecnica una straordinaria poetica, della miglior tradizione francese, e una spiccata sensibilità per i sentimenti e per l’essere umano.


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