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Un gelido inverno

03/02/2011 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Un gelido inverno

Supportato dai premi racimolati un po’ ovunque (Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, miglior film e migliore attrice protagonista al Torino Film

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Supportato dai premi racimolati un po’ ovunque (Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, miglior film e migliore attrice protagonista al Torino Film Festival) e con il dolce fardello di quattro candidature agli Oscar, arriva sul grande schermo Un gelido inverno, secondo lungometraggio della regista statunitense Debra Granik.


La vicenda, tratta dall’omonimo libro di Daniel Woodrell, è di quelle che solleticano il palato degli aficionados del cinema americano lontano dal mainstream: terre inospitali, solitudine, volti duri segnati dalla sofferenza, occhi velati dall’angoscia, vite difficili. Ree vive in una casupola tra i magnifici ma altrettanto selvaggi boschi di Ozark, nel Missouri. A soli diciassette anni deve badare alla madre malata e a un fratello e una sorella ancora piccoli, senza l’aiuto del padre, ricercato per spaccio e scomparso dopo aver impegnato la casa di famiglia per poter pagare la cauzione. Davanti al concreto rischio di trovarsi senza un tetto con tre persone da sfamare, Ree decide di valicare la cortina di omertà che circonda la latitanza del padre. L’asprezza della terra si riflette nell’animo delle persone, chi tende la mano è solo per imbracciare un fucile: l’intera contea, coinvolta in attività illegali, la emargina cercando di scalfirne la dura corteccia da quercia secolare nascosta dietro la glaciale determinazione dei suoi occhi azzurri. L’istinto di protezione, più forte delle minacce e della violenza fisica, la porteranno a squarciare il velo di menzogne che cela la verità, aggiungendo al pathos generato dalla vita difficile di Ree l’emotività di un thriller.


È doveroso iniziare levandosi il cappello di fronte alla strepitosa protagonista, Jennifer Lawrence, poco più che ventenne, in grado di caricarsi sulle spalle l’intera narrazione, in un ruolo duro ed estremamente complesso.I dialoghi, asciutti e immediati, combaciano perfettamente con l’atmosfera cupa e l’ambientazione desolata e desolante, gravida di ombre e di mistero. Tra gli ottimi comprimari, da citare assolutamente John Hawkes, abilissimo nel fare di Teardrop, lo zio tossicomane di Ree, un personaggio da western d'altri tempi.



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