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Rabbit Hole

11/02/2011 12:00

Marco Papaleo

Recensione Film,

Rabbit Hole

Artista poliedrico e anticonformista, John Cameron Mitchell è stato attore, autore, e infine regista...

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Artista poliedrico e anticonformista, John Cameron Mitchell è stato attore, autore, e infine regista. Le sue due opere precedenti, Hedwig – La diva con qualcosa in più (2001) e Shortbus – Dove tutto è permesso (2006), hanno fatto molto parlare di sé per via dell'alto grado di controversa trasgressività contenuto in esse. A distanza di anni, il regista texano torna con un film molto più sommesso e intimista, teso ad indagare i dolori dell'anima e il difficile periodo di acquiescenza di questi.


La vita e il destino si spingono spesso in direzioni non programmate, nel bene e nel male. Becca (Nicole Kidman) e Howie Corbett (Aaron Eckhart) stanno ancora pagando le conseguenze di una di queste svolte inaspettate: da otto mesi stanno infatti affrontando la terribile perdita del loro primo figlio, investito da un'automobile alla tenera età di quattro anni. L'elaborazione di un lutto non è mai facile, specie come questo; la coppia comincia ad avere problemi relazionali e comportamentali, sia all'interno che all'esterno del focolare domestico. Ognuno dei due reagisce in modo diverso al vuoto che sentono nell'anima: riusciranno a ritrovarsi, e a ritrovare un senso alla loro esistenza? La tana di un coniglio, forse, è la chiave per vedere le cose in una prospettiva diversa...


Rabbit hole non è certamente una pellicola semplice, né banale. Ispirato all'omonimo spettacolo teatrale con cui David Lindsay-Abaire ha vinto il premio Pulitzer, il film tratta con estremo garbo e insistita profondità umana e spirituale un dramma angoscioso e straniante come solo quello dei due protagonisti può essere. Becca e Howie sono benestanti, felici e hanno un pargolo con ottime prospettive future, eppure all'improvviso vengono proiettati in una dimensione fatta solo di ricordi, paure, privazioni, dove non esiste conforto sufficiente. La sottigliezza psicologica delineata dalla sceneggiatura di Lindsay-Abaire è notevole, sottolineata da dialoghi e atteggiamenti apparentemente insignificanti eppure assai indicativi della perdita di valori e punti fermi che può affrontare una persona, di punto in bianco. Finché non riesce a farsene una ragione, l'uomo ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa per sopportare il dolore derivato da una perdita: può essere un'altra persona amata, un gruppo di amici, o la fede. Ma nel caso dei coniugi Corbett queste cose non funzionano: ed ecco arrivare loro incontro una consolazione metafisica, raggiungibile tramite l'attraversamento e la fuoriuscita dalla metaforica e catartica “tana del coniglio” in cui si vanno a cacciare i due protagonisti. Lontanissimo dal buonismo a tutti i costi, Mitchell indaga nell'animo dei suoi personaggi senza fornire soluzioni definitive, ma solo delineando un percorso, doloroso quanto necessario. Viene aiutato in questo da un'ottima fotografia (ad opera di Frank G. DeMarco) e dai suoi interpreti, intensi e mai sopra le righe. Peccato per qualche sbavatura qua e là, soprattutto in fase di esposizione e ritmo delle scene, ma in sostanza, nonostante la pesantezza del soggetto, il film scorre davanti agli occhi degli spettatori con lucido trasporto. Sempre che questi siano disposti a farsi travolgere da una tematica così complessa, drammatica e introspettiva.



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